L'Africa profonda ha colpito ancora, e anche questa volta si è portata via due bravi servitori dello Stato: l’Ambasciatore a Kinshasa Luca Attanasio e il carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci. Anche un autista locale è stato colpito. Facevano parte di un convoglio della missione dell’Onu. Una missione impossibile: stabilizzare la Repubblica Democratica del Congo. Gran parte dell’Africa è instabile per sua propria natura, cui si aggiungono motivi ormai ben noti e discussi. Ma non è un vero problema, perché tutti i problemi hanno sempre una soluzione. Se però la soluzione non c’è, non si chiamano più problemi, ma "fattori", oppure "parametri". Ne va solo tenuto conto.

Come fa la corrente del fiume con i piloni del ponte: non riuscendo ad abbatterli, li aggira. Sembra brutto, ma questa realtà va anche guardata in faccia senza buonismi o ipocrisie. L’instabilità di molte aree dell’Africa è uno degli elementi costitutivi della società. Di ciò, la situazione del Congo è emblematica. Nel nord del Kivu (confina con il Ruanda, che pur ci ricorda qualcosa), la guerra intestina della prima decade di questo secolo si era interrotta con un trattato di pace subito calpestato dai ribelli di Laurent Nikunda, e a tutt’oggi è ancora in atto.

L’Onu è attivo (il nostro Ambasciatore si era meritato un premio per la pace), ma è costretto a lavorare interponendosi tra i contendenti e questa tecnica (purtroppo non ce ne sono altre) finisce per creare divisioni permanenti, a loro volta continua origine di nuovi guai. Noi italiani ne sappiamo qualcosa: l’eccidio di Kindu, era il 1961, è accaduto in circostanze ancora non del tutto chiarite mentre operavamo, come stava facendo l’Ambasciatore Attanasio, nel quadro di una missione dell’Onu. E anche l’eccidio di Kolwesi, nello Shaba, durante il braccio di ferro del 1978 tra Tchombe e Mobutu, è accaduto non certo perché, come altri, stessimo inseguendo oro e diamanti: cercavamo solo di creare industria, lavoro e migliori aspettative di vita. Questa è l’Africa, e questo è il Congo. Regioni che restano nel cuore di chi c’è stato, ma dalle quali è molto difficile sentire arrivare buone notizie. Semper aliquid novi Africa affert, scriveva duemila anni fa Plinio il Vecchio. Ed è vero, l’Africa ci riserva sempre nuove sorprese. Oggi, d’obbligo, modificherebbe l’aggettivo qualificativo: ci riserva sempre «brutte» sorprese.