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La fabbrica provvisoria

di GIUSEPPE TURANI
Ultimo aggiornamento il 9 settembre 2018 alle 08:35

Roma, 9 settembre 2019 - Per i miliardari della new economy è quasi una strada obbligata. Con qualche eccezione. Steve Jobs, avarissimo, è stato costretto dalla moglie, Laurene Powel, che gli ha semplicemente detto: «Siamo talmente ricchi che dobbiamo fare beneficenza, è doveroso». Scomparso lui, lei sta utilizzando l’immenso patrimonio che le ha lasciato per correre a destra e a sinistra a regalare soldi. Bill Gates, che contende a Buffet il ruolo di uomo più ricco del mondo, ha seguito invece la via classica: a un certo punto ha appeso le chiavi dell’ufficio al chiodo e si è messo a distribuire denaro. E si dice che questo sia anche il piano di Mark Zucherberg, l’inventore di Facebook: venderà le sue azioni, lasciando l’azienda a chi se la piglierà, e lui con la moglie farà il benefattore. E adesso anche Jack Ma, di Alibaba, l’uomo più ricco della Cina, 40 miliardi di dollari di patrimonio, ha deciso che è stanco di affari, e vuole fare il ricco che pensa ai poveri.

Come mai accade questo? I vecchi imprenditori tradizionali spesso morivano in fabbrica, se non abbracciati ai loro torni, quasi. Al massimo regalavano qualche soldo a qualche ente benefico locale e magari costruivano due case popolari per i dipendenti. Ma rimanevano al loro posto. Quando Vittorio Merloni, che non ha mai lasciato Fabriano, benché avesse casa a New York, Milano e Roma, è scomparso, i suoi operai hanno chiesto l’onore di accompagnare la bara al cimitero. Persino l’Avvocato Agnelli (aristocratico, distante, mai andato in fabbrica) ha avuto una folla di popolo alle sue esequie. Nessuno, invece, seguirà i feretri di questi nuovi eroi della economy informatica. Diventati tutti troppo ricchi in fretta e in quantità quasi inaudite. Le loro aziende non sono capannoni dentro i quali nascono delle cose, ma concetti, algoritmi, stramberie. I primi a non essere affezionati alle loro creature, nate dal caso o da qualche intuizione geniale (magari in un garage) sono loro. Hanno voglia di scappare perché sentono tutta la provvisorietà di quello che hanno inventato. Hanno tanti soldi che non riusciranno mai a spenderli. E quindi puntano su una seconda vita: quella del benefattore dell’umanità, in patria o in Asia e in Africa. La stessa cosa fa George Soros: solo che lui è un vecchio profugo ungherese e continua a trafficare sui mercati finanziari. La sua fortuna l’ha costruita mattone dopo mattone, dollaro dopo dollaro, e smetterà solo quando vorrà il cielo.

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