Il governo sta cercando di arrivare almeno a Natale, la politica è incerta se tassare o no la plastica, se rendere i processi eterni oppure no. Intanto il Paese, quello vero, fatto dagli oltre venti milioni di persone che tutte le mattine vanno a lavorare, è entrato in recessione. La denuncia, con toni abbastanza duri, arriva da Federmeccanica, l’associazione degli industriali meccanici, che sono la spina dorsale dell’Italia. Le cifre elencate da Federmeccanica non consentono dubbi e sono clamorose: nei primi nove mesi dell’anno la produzione metalmeccanica è scesa del 2,5 per cento. E, cosa ancora più grave, la cassa integrazione è quasi raddoppiata rispetto all’anno precedente. In tutto sono state autorizzate 92 milioni di ore di cassa integrazione: significa non aver utilizzato 100mila lavoratori.

Si potrebbero citare altre cifre, ma bastano queste. Fra un comizio e un’invocazione alla Madonna di Salvini e un corteo delle sardine, siamo andati in recessione. E si sa benissimo anche il perché. Nel Paese circola, e non da oggi, un’aria anti-industria, e questo non va bene, ma soprattutto nulla si è fatto per aumentare la competitività delle aziende italiane e quindi la loro capacità di stare sul mercato. I mercati sono soggetti strani: non ascoltano prediche, non perdono tempo in dibattiti, comprano solo quello che, a parità di caratteristiche, costa almeno un euro meno. Ma l’Italia, trascuratezza dopo trascuratezza, sta uscendo dal mercato. Le sardine sono simpatiche e Salvini a molti piace, ma si tratta di materiali non esportabili. Noi vendiamo automobili e macchine utensili, tutta roba che si fa con il ferro. Ma non si è ancora deciso se il centro siderurgico di Taranto vada salvato o sostituito da allevamenti intensivi di cozze che coprano tutti i mari italiani. Siamo in recessione, cioè, anche perché siamo un po’ confusi e incerti.