Roma, 18 febbraio 2021 - Mario Draghi potrà contare su linee carsiche di intesa tra i due principali partiti contrapposti che lo sostengono (Lega e Pd) che solo la narrazione giallo-rossa di questo anno e mezzo (con l’appendice estetica dell’inter-gruppo Pd-Leu-grillini) ha finora spinto nelle viscere della politica. È bastato, però, che Matteo Salvini e Nicola Zingaretti si incontrassero come alleati, per quanto forzati, per trovarsi d’accordo su un terreno decisivo, come quello della protezione dei lavoratori del privato a rischio licenziamento o dei piccoli e medi imprenditori devastati dalla pandemia. E, possiamo stare certi fin da ora, che gli stessi dem faranno fatica a mandare al macero Quota 100 senza aver trovato un meccanismo analogo. E, del resto, non è dissimile tra le due forze la base elettorale degli operai e degli impiegati lombardi, emiliani, toscani o piemontesi.

Ma sono meno lontane di quello che si può immaginare anche le ricette per garantire vecchie e nuove reti di protezione: per Pd e Lega, per capirci, il reddito di cittadinanza va resettato adeguatamente e collegato strettamente al lavoro (e ai 5 Stelle potrebbe non piacere il come), ma non va abolito o cancellato come misura di contrasto della povertà.

Non è da meno il comune sentire di leghisti e piddini (salvo quelli caduti nel caduco grillismo di ritorno) su un altro terreno decisivo per la ripresa del Paese: quello delle grandi infrastrutture. Sarebbe sufficiente richiamare alla memoria corta dei tanti osservatori politicisti un dato: il governo giallo-verde cadde formalmente nell’agosto del 2019 sul voto congiunto di Lega e Pd per salvare la Tav Torino-Lione. Liberi dai vincoli di coalizione, e anzi alleati per forza, è agevole immaginare che quella che una volta si chiamava spinta sviluppista tornerà ad avere peso proprio grazie alle due forze all’apparenza più contrapposte della maggioranza Draghi.