Intanto mettiamoci d’accordo sulle definizioni, non solo per un problema di forma, ma anche e soprattutto di sostanza. Bene. Se diciamo che oggi “riapre la scuola”, diamo un’immagine inesatta. Sbagliata. Se invece osserviamo che oggi in molte parti d’Italia ricominciano in qualche modo le lezioni, beh, ci avviciniamo più correttamente alla realtà. Con la consapevolezza che anche questa ripartenza zoppicante è comunque un avvenimento di segno positivo. Da salutare con soddisfazione, e da affrontare con la voglia di tutti di superare gli ostacoli. Che saranno tanti.

Lo ha detto anche il presidente Conte in un video messaggio dai toni accattivanti, come il mestiere gli impone, e con la l’ammissione che "ci saranno disagi". Come tutti sanno, del resto, e come la comunicazione ufficiale spesso non faceva intendere neanche lontanamente. Un po’ come succede con la cassa integrazione in deroga: l’Inps ci dice che in effetti qualcuno è rimasto indietro, però metà di quelli che incontri e che ne avrebbero diritto, ti confermano che bene che vada hanno visto i mesi di marzo e aprile. Mistero. Per la scuola è un po’ la stessa cosa.

Perché non ci dovrebbero essere alunni sforniti della “mascherina di Stato”, ma a tante famiglie le direzioni didattiche hanno spiegato di non averle, raccomandando di portarsele da casa, gel compreso. Perché i banchi “rotanti”, ammesso che servano, arriveranno più avanti. Perché la ripartenza c’è, ma a singhiozzo: qualche ora o qualche giorno in aula, altri da remoto; nei giorni pari l’ingresso due ore dopo, in quelli dispari l’uscita due ore prima. Con i genitori in paranoia per cercare di organizzarsi, e le aziende in attesa di sapere chi sarà al lavoro, o chi marcherà visita per fare compagnia al pupo.

Perché il problema sanitario dovrà di fatto essere gestito giorno per giorno, caso per caso. Perché le cattedre non avranno le ruote, ma in parecchi, troppi casi, neppure gli insegnanti. Perché ai vecchi problemi, si sommano quelli nuovi, inediti, portati dal Covid; che però tanto nuovi non sono, visto che la scuola ha chiuso a marzo scorso, e c’era tutto il tempo per non arrivare a settembre con l’acqua alla gola. Perché ancora risulta inspiegabile l’ostinazione su questa data del 14, quando fra quattro giorni si chiude per elezioni. Insomma, chiarito che oggi non suona affatto la prima campanella, possiamo dire come Galileo ai giudici della Inquisizione: "Eppur si muove". Meglio che niente. In bocca al lupo.