Un barcone di migranti al largo di Lampedusa (Ansa)
Un barcone di migranti al largo di Lampedusa (Ansa)

Si continua a girare sempre intorno allo stesso punto che attiene solo alla solidarietà e all’accoglienza, aspetti pur fondamentali, senza affrontare alla radice il nodo vero: va trovato attraverso accordi e vie diplomatiche un sistema reale, e a questo punto in tempi brevi, per evitare o almeno frenare le partenze dei migranti dalla Libia. Ovviamente fatto salvo il dovere di soccorrere chiunque si trovi in difficoltà in mare. Ma più i flussi sono fuori controllo e più profughi arriveranno. Elementare. Gli schiavisti sanno che comunque una sistemazione in Italia si trova. Che piaccia o no questo è lo stato dell’arte.

L'isola di Lampedusa al collasso e le centinaia di disperati ammassati tra rifiuti sul molo dell’hotspot, sono la fotografia di una situazione che non trova sbocco, e come era prevedibile, in pericolosa ascesa con l’estate in arrivo. A questa immagine vanno aggiunte le migliaia di vittime in mare nel tentativo di approdare nel Paradiso Italia: più uomini, donne, bambini partono e più ne muoiono nei naufragi. Nello stesso tempo bisogna prendere atto che l’Europa è più impegnata a proporre di annacquare il vino italiano anziché rivedere i protocolli per gestire il nodo immigrazione. Bene, la commissaria europea Ylva Johansson ha dichiarato "dobbiamo evitare le partenze". Come? Quando? Chiacchiere di Bruxelles prive da sempre di applicazione pratica. Non c’è un piano, mancano idee chiare. Condividere l’accoglienza, dice la commissione invitando i paesi membri ad aprire le porte su base volontaria. Prima risposta di ieri: l’Austria dice no. Del resto finché non si riforma la Convenzione di Dublino nessun Paese ha l’obbligo giuridico di accogliere clandestini. E soprattutto è irrealistico pensare che lo si faccia adesso mentre siamo alle prese con la turbolenza sanitaria del Coronavirus. Intanto dall’inizio dell’anno gli arrivi in Italia sono già quasi 14 mila. E se la revisione degli accordi ormai obsoleti va per le lunghe, è necessario mettere in campo nuove intese con i partner europei per una politica di respingimenti fondamentale per combattere i trafficanti di uomini e frenare le partenze. E in questo meccanismo vanno inseriti gli Stati africani, soprattutto la Libia, a cui diamo milioni di euro sotto forma di servizi, mezzi e assistenza per avere in cambio una scarsa gestione dei controlli in mare. I campi libici sono luoghi di orrore? Probabile, quasi certo. E allora si muova la comunità internazionale insieme alle Nazioni Unite per correggere anche questo intollerabile aspetto. E se è necessario bisogna forzare la mano con Tripoli. Evocare solo la solidarietà è un prodotto scaduto.