Sarà un Natale che assomiglia a un Venerdì Santo nella speranza della Resurrezione. Forse si potrebbe allentare la morsa per i comuni più piccoli. Forse il permesso di andare nelle seconde case avrebbe alleggerito il dramma delle località turistiche. Ma gli italiani hanno fretta di uscire dalla dittatura del signor Covid e se il prezzo da pagare è questo, sono disposti a farlo. Tra un mese, se tutto andrà bene, avremo finalmente meno morti (ultimo, tragico indicatore a scendere), un bassissimo indice di contagi, ospedali e terapie intensive molto alleggeriti. Il problema, ormai, non è quel che accadrà dopo il 21 dicembre, ma che cosa deve aspettarsi l’Italia dopo l’Epifania.

Le macerie che lascerà il Covid saranno superiori al previsto, come lasciano immaginare gli indicatori economici. I prossimi ristori alle imprese e agli autonomi non possono essere una mancia, pure gradita. Si eviti di distribuire soldi in dicembre. All’inizio di gennaio si confrontino i fatturati 2020 e 2019 delle imprese e dei lavoratori autonomi. E si intervenga in modo non simbolico, partendo dai settori che hanno sofferto di più come la ristorazione e soprattutto l’alberghiero. È necessaria una ripartenza globale, per scrivere la pagina del nostro futuro. Sono parole pronunciate ieri dal presidente del Consiglio. Ma Conte sa, purtroppo, di guidare un’automobile con le ruote quadrate, per usare una felice e drammatica espressione usata ieri dal Censis nel suo rapporto annuale. "Avanza a fatica, suddividendo ogni rotazione in quattro unità, con un disumano sforzo per ogni quarto di giro compiuto, tra pesanti tonfi e tentennamenti…". "Quest’anno siamo stati incapaci di una visione… Il sentiero di crescita prospettato si prefigura come un modesto calpestio di annunci già troppe volte pronunciati: un sentiero di bassa valle più che di un’alta via".

Non è difficile scorgere in queste parole la mano di Giuseppe De Rita, il sociologo che da cinquant’anni conosce l’Italia meglio di chiunque altro. Il Paese non merita questo, anche se gli italiani non sono certo incolpevoli per le inefficienze e i ritardi dell’Italia. Il governo non può essere schiavo della sua fragilità. E se il Quirinale, per avvertire gli incauti, lascia capire che si può scivolare verso le elezioni, questo non può significare la paralisi illudendosi di evitarle. I tempi stringono. Progettare il futuro (banda larga, green, consolidamento idrogeologico) è doveroso. Ma dimenticare il presente, non far partire finalmente le infrastrutture che fanno Pil con i soldi già pronti nel cassetto è un delitto imperdonabile.