Il premier Mario Draghi (Ansa)
Il premier Mario Draghi (Ansa)

Che il dopo-voto potesse aprire una "stagione di caccia" nella maggioranza, con fibrillazioni, tensioni e sgambetti era da mettere in conto. Ma che questo potesse accadere a meno di ventiquattr’ore dai risultati non era così scontato. E, invece, Matteo Salvini, a dispetto di tutte le autocritiche a caldo, si è lanciato a testa bassa contro Palazzo Chigi, mettendo in discussione uno dei dossier più delicati dell’agenda del governo: quello della riforma fiscale attesa da decenni come leva per la riduzione delle tasse. Una scelta, quella del leader della Lega, che più "politica" non poteva essere e che, però, va in direzione opposta ai segnali venuti dalle urne proprio per il suo partito.

Eppure, è del tutto evidente che soprattutto i ceti medi produttivi del Nord, ma anche delle altre aree del Paese, dopo questo lungo e terribile periodo di pandemia, attendono il rafforzamento della ripresa come la priorità delle priorità: per le proprie famiglie, per le proprie imprese, per l’intero Paese. Dunque, guardano a Mario Draghi come "all’uomo della necessità", come a colui che sta facendo tornare l’Italia in carreggiata dal punto di vista economico e sociale, ma anche da quello del prestigio internazionale e del peso ai tavoli che contano. Dunque, al contrario, vedono con fastidio e con crescente irritazione, fin quasi alla rabbia, chiunque, magari per qualche calcolo di breve orizzonte e di modesto cabotaggio, punti a minare questa sorta di nuovo miracolo italiano: con dentro innanzitutto la ripresa, ma, nell’immaginario collettivo a torto o ragione poco conta, anche i successi sportivi dell’estate e quelli della scienza, come il Nobel per la fisica a Giorgio Parisi.

Ebbene, a leggere il voto di ieri in chiave di psicologia di massa (almeno di quelle che sono andate ai seggi), gli elettori si sono incaricati di consegnare un messaggio senza equivoci contro tutti gli sfasciacarrozze populisti e sovranisti, quelli nuovi e quelli di ritorno, e anche contro chi tenta di giocare come partito di lotta e di governo.

Salvini sembrava, almeno secondo le prime battute post-risultato, aver capito la lezione: lunga vita al governo Draghi e guai a chi lo tocca.

Evidentemente, però, c’è una coazione a ripetere che trova poche spiegazioni, se non, a questo punto, non tanto o non più nella competizione con Giorgia Meloni, ma nella chiave del braccio di ferro interno alla stessa Lega con l’ala moderata e governista di Giancarlo Giorgetti e dei governatori del Nord. Anche se, questa volta, c’è da scommettere che questi ultimi non consentiranno al Capitano di scherzare con il fuoco di un nuovo Papeete.