Alle elezioni del 2006 Silvio Berlusconi annullò sondaggi disastrosi e fu a un passo dalla vittoria promettendo negli ultimi quindici secondi dell’ultimo confronto con Romano Prodi l’abolizione dell’Imu sulla prima casa. I leader politici – a cominciare dallo stesso Cavaliere – dovrebbero tenere a mente questo episodio nelle promesse dell’ultimo mese di campagna elettorale. Intuire il desiderio principale degli italiani e andargli incontro in modo credibile. Pochissimi temi, chiari e realizzabili. Berlusconi per primo dovrebbe restringere l’arco delle promesse. Pensioni, flat tax e lunga decontribuzione per i nuovi assunti sono più che sufficienti. L’aumento delle pensioni minime a 1000 euro al mese dovrebbe rappresentare una integrazione fino a quella cifra della somma eventuale degli assegni percepiti oggi. La ‘flat tax’ non dovrebbe andare sotto il 23 per cento: va chiarita meglio la progressività garantita alle fasce medio basse di reddito dall’assenza di tassazione fino ai 12mila euro e non sarebbe male – per accentuare l’equità del provvedimento – farla valere fino a un limite di reddito alto, ma non altissimo.

Reintroducendo di fatto quel 23/33 promesso nel 2001 e mai attuato. Arginare le promesse serve a renderle più credibili.
Presentando ieri pomeriggio i 100 punti del suo programma, Matteo Renzi ha scelto una strada diversa. Ha preceduto le promesse con quanto realizzato dai governi suo e di Gentiloni. Ha inteso in questo modo dare credibilità al programma, dimenticando una regola di base: la gratitudine in politica non esiste. Churchill salvò l’Inghilterra (e l’Europa) e perse le prime elezioni del dopoguerra. I punti centrali sono l’estensione degli 80 euro mensili alle partite Iva sotto i 26mila euro all’anno. 80 euro in più per ogni figlio, oltre gli assegni familiari. I 400 euro al mese per i bambini fino ai tre anni. L’eliminazione degli incentivi del Jobs Act per gli assunti a tempo determinato potenziando quelli a tempo indeterminato. La riduzione delle impose dal 24 al 22 per cento per le imprese minori. La riduzione del ‘cuneo contributivo’ di quattro punti in quattro anni. Parecchi soldi, distribuiti su molte partite.

Sia Berlusconi che Renzi sono contrari al reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle perché garantirebbero una rendita alta (fino a 1940 euro mensili al disoccupato con due figli) a chi farebbe di tutto pur di non tornare a un lavoro meno redditizio. Salvini va giù netto con flat tax al 15 per cento (sapendo peraltro di doverla elevare) e lotta senza quartiere all’immigrazione. La Meloni punta sulle famiglie . Grasso sulla demolizione del Jobs Act tornando all’articolo 18 abolito da Renzi. I diritti innanzitutto. Gli ultimi venti giorni di campagna elettorale (dopo il festival di Sanremo) saranno decisivi. Saranno i giorni della credibilità televisiva. Discorsi comprensibili per tutti e promesse realistiche. Gli elettori sanno benissimo che purtroppo non esistono né il Paese dei Balocchi né Babbo Natale.