Avevano orgogliosamente annunciato di aver sconfitto la povertà. Invece si ritrovano con un inizio di recessione, dopo qualche anno di bonaccia. 
Gli occupati calano e gli imprenditori del Nord cominciano a perdere la pazienza: vogliono la crescita, non quella a parole, ma quella nei fatti. La prossima settimana, quindi, comincia una specie di calvario per la maggioranza di governo. Il parlamento comincerà a discutere la legge di stabilità (già superata dai fatti, però) e, nello stesso giorno, il 3 dicembre, a Torino si riuniranno gli Stati generali della Confindustria e dei commercianti. 

Che cosa vogliono? Sinteticamente, crescita e ancora crescita. Più in dettaglio, vogliono tutto: la Tav, il terzo valico, la Gronda. Vogliono i cantieri aperti e gente al lavoro. Non vogliono più sentire i se e i ma dei 5 stelle. L’inizio della recessione li renderà probabilmente ancora più espliciti, decisi.
Ma questo sarà solo una sorta di prima della Scala, con gente molto ben educata e elegante, discorsi forbiti.
 
Per il 13 dicembre, a Milano questa volta, sono attesi gli artigiani veneti, decisamente furibondi. Gli organizzatori dicono che sono già stati prenotati 1.200 pullman per invadere la capitale lombarda. Alla fine, forse, saranno solo la metà, ma è più che sufficiente. Decine di migliaia di artigiani del Nord Est.
Il senso di tutto ciò è chiarissimo: il Nord produttivo (che i 5 stelle scioccamente già chiamano il Nord degli affari) vuole misure per la crescita, opere pubbliche, treni veloci, strade. Vuole rimanere in Europa e rimanerci da protagonista.

Il governo, prigioniero delle sue stesse promesse (quota 100 e reddito di cittadinanza) avrà non poche difficoltà ad accogliere queste proteste. Ma è la prima volta che gli industriali e gli artigiani scelgono la protesta di piazza. Difficile, se non impossibile, ignorarli.
Il rischio è quello di avere un governo, votatissimo, ma isolato da chi distribuisce gli stipendi e manda avanti il Paese. Un governo che rischia di essere travolto dagli eventi.