C'era una volta il salario «variabile indipendente» del sistema economico. E toccò proprio a un leader sindacale di formazione comunista, come Luciano Lama, mandare al macero, alla fine degli anni Settanta, quella impostazione ideologica («una fesseria») da «conflittualità permanente». Non vorremmo, per effetto della pandemia, trovarci, oggi, di fronte a una nuova (ma, in realtà, vecchia) idea del lavoro e del reddito come variabili indipendenti dall’impresa e dai suoi risultati. Quando, invece, è evidente che per salvare il lavoro occorre innanzitutto salvare le imprese, perché nessun blocco dei licenziamenti ci tutelerà se non si bloccheranno, prima di tutto, i fallimenti.

Gli ultimi dati dell’Istat sulla fragilità del sistema imprenditoriale italiano, determinata o comunque accentuata per effetto della pandemia, devono suonare, dunque, come un preoccupante alert sui rischi che corriamo se non riusciremo a mettere in sicurezza le nostre aziende. E questo vale non solo e non tanto per i grandi gruppi, ma anche e principalmente per la miriade di piccole e medie imprese che rappresentano il tessuto connettivo del Pil nazionale e del Made in Italy. Parliamo, per capirci, di un patrimonio del Paese che, prima del Covid, contava 5,3 milioni di Pmi, che davano occupazione a oltre 15 milioni di lavoratori e generavano un fatturato complessivo di più di 2.000 miliardi di euro. O, detto in altra maniera, parliamo del 92 per cento delle imprese attive che impiegavano l’82 per cento dei lavoratori.

Ora, a meno di non pensare (come anche qualcuno ritiene) che si possa andare avanti a colpi di reddito di cittadinanza prorogato all’infinito o che si possa proseguire con il blocco sine die dei licenziamenti, con contestuale allungamento degli ammortizzatori sociali, è del tutto netto che governo e parti sociali debbano porsi come obiettivo primario e prioritario quello di salvaguardare la tenuta delle imprese. Perché solo per questa via si tutela e garantisce il lavoro futuro oggi in pericolo.

Serve, insomma, concentrarsi su un’ampia e lunga moratoria dei debiti delle attività produttive, serve puntare decisamente su forme robuste di decontribuzione sul costo del lavoro, serve mobilitare il massimo delle risorse ottenibili per investimenti infrastrutturali.

Il "debito buono", per capirci ricorrendo a una formula del premier Mario Draghi, deve progressivamente, ma celermente, scacciare il "debito cattivo" (quello fatto per alimentare sussidi e aiuti assistenziali). L’alternativa non è il declino. È il precipizio della povertà di massa.