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Il gioco degli specchi

di LORENZO BIANCHI
Ultimo aggiornamento il 11 settembre 2018 alle 08:12

PER L’ITALIA è arrivato il momento della stretta di mano con il libico più ostile, il generale Khalifa Haftar. Con una visita a sorpresa il ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi è andato nella sua roccaforte, Bengasi. Appena giovedì scorso l’ex ufficiale di Gheddafi parlando ai leader tribali della sua città aveva scandito questa frase sul governo di Fayez al Sarraj, riconosciuto dalle Nazioni Unite e appoggiato con tenacia dall’Italia: "Siamo arrivati a un momento di adorazione in cui vediamo dei libici parlare a nome dell’Italia, sebbene sappiano che quelli (gli italiani) sono nemici".

Ieri invece il generale ha espresso, secondo un comunicato della Farnesina, tutto il suo "apprezzamento per l’impegno di politica estera" di Roma. Anzi si è spinto a definirlo "imprescindibile" e ha assicurato pieno appoggio alla "Conferenza per la Libia" che l’Italia dovrebbe ospitare in novembre. "Dialogo rilanciato", assicura il nostro ministero degli esteri. Il gioco degli specchi libico dà le vertigini. In questo prisma in movimento perenne e convulso Moavero Milanesi tenta di non precludersi nessuna strada. Anche perché il leader del consiglio presidenziale libico è sempre più debole, per non dire evanescente. Ieri l’attacco kamikaze alla compagnia petrolifera libica, attribuito dal governo di Tripoli all’Isis, è stato messo a segno a duecento metri dagli uffici di Sarraj. Mustafa Senalla, presidente dell’azienda, la Noc, è stato miracolosamente messo in salvo.

La Settima Brigata, ostile a Sarraj e protagonista del blitz che ha messo alle corde la capitale, gongola e osserva che le "milizie riescono a estorcere fondi al governo, ma non sono in grado di proteggere i cittadini". Nelle file del corpo militare sono confluiti molti ufficiali della famigerata Trentaduesima Brigata di Khamis Gheddafi, il settimo figlio del dittatore, l’uomo che bombardò per mesi la ribelle Misurata prima di sparire alla fine di agosto del 2011. Fino al 1987 Haftar era uno degli ufficiali più stimati dal padre. Inimicarselo non è saggio. Ai capi tribù di Bengasi il generale ha detto giovedì scorso: "Tripoli deve essere liberata, non può rimanere in mani viziate. Siamo impegnati nell’accordo di Parigi, ma, se c’è qualche ostacolo, adotteremo una posizione diversa. Supportiamo pienamente le elezioni, ma debbono essere legittime, perché altrimenti l’esercito agirà".

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