Quando domani il presidente dell’Inps Pasquale Tridico sarà in Parlamento per essere interrogato sul caso dei bonus da 600 euro chiesti e ottenuti da alcuni deputati, le domande cui dovrà rispondere sono molte. Tridico ma non solo lui. Perché questa vicenda apparentemente insignificante (che cosa rappresentano alcune migliaia di euro...) ha avuto l’effetto di un granello di sabbia nel delicato ingranaggio della fiducia che lega, o dovrebbe legare, istituzioni e cittadini. Il banco degli imputati quindi è affollato. Nessuno pensi che una volta soddisfatta la curiosità generale sui nomi (peraltro relativa, perché due dei cinque, i leghisti Dara e Murelli, già si conoscono) la vicenda possa essere dirsi conclusa. 

Tridico dovrà spiegare come mai la storia è uscita dall’Inps a uso e consumo di chi in questo momento ha interesse a caricare la molla dell’indignazione anticasta in vista del referendum sul taglio dei parlamentari. Troppo comodo trincerarsi dietro allo schermo della privacy. Il governo dovrà chiarire come mai una misura così importante come il sostegno al reddito in una fase di acuta crisi economica è stata elargita senza che siano stati previsti elementari criteri di cautela e garanzia affinché i soldi non finissero a chi in effetti non ne aveva bisogno, e magari potesse contare ugualmente su un reddito certo. Troppo facile liquidare tutto con un "avevamno fretta di elargire gli aiuti".

Chi ha aspettato per mesi la cassa integrazione ne sa qualcosa. I partiti d’altro canto sono tenuti a spiegare perché la selezione della loro classe dirigente (parliamo di membri del parlamento, non di consiglieri di quartiere) appare ogni volta di più zoppicante, e si aspetta che avvenga qualche scandalo o scandaletto perché si corra ai ripari. Solo ex post, peraltro, quando ormai la frittata è fatta. La Lega ha sospeso questi due accattoni, gli altri tre i cui nomi si conosceranno domani subiranno inevitabilmente la stessa sorte, ma nessuno potrà cacciarli dal Parlamento e fino al 2023 tutti e cinque resteranno alla Camera a spese nostre, e chissà, fra tre anni qualcuno forse se ne sarà dimenticato e li ricandiderà. Troppo assolutorio, per i partiti, gettare la croce solo addosso a qualche peone.

E più che altro ciò che emerge e che resta dall’intera è un sapore di rancido, là nell’aria, perché tra chi ha fatto il furbetto, chi ha provato a fare il furbo e chi non si è accorto dei furbi emerge un quadro complessivo sgarruppato proprio nel momento in cui - l’emergenza Coronavirus - il Paese si sarebbe aspettato un atteggiamento diverso. Remare controvento è difficile, se vedi che chi ti guida rema meno di te, allora ti viene voglia di abbassare le braccia.