Il Pd tira un sospiro di sollievo e saluta come un successo una partecipazione alle primarie di ieri in linea con le aspettative minime della decenza politica. Sei in pagella. Non è poco, in realtà. Perché un partito al minimo storico della propria rapprentanza (è dato tra il 18 e il 19 per cento) negli ultimi anni aveva fatto di tutto per non stimolare la gente a correre ai gazebo. La nomenklatura ha usato lo strumento-primarie a soggetto, ora sì e ora no a seconda delle convenienze del momento, finendo per ridurle alla continuazione della lotta tra correnti con altri mezzi.

Non le ha fatte dove le correnti avevano deciso di regolare i propri conti in altro modo (Calabria, Napoli, Rimini tanto per citare le ultime), ha indetto primarie addomesticate, tipo quelle di Roma con un candidato già designato e altri sei sconosciuti nanetti assoldati come comparsa (ieri il Pd ha erroneamente diffuso un post con un fac-simile della scheda e il nome di Gualtieri già stampato: applausi), le ha celebrate al termine di un processo contraddittorio e i risultati che si sono visti (Torino). Le primarie sono state vere solo a Bologna, dove lo scontro c’è stato e il "sangue" (politico) è scorso grazie all’inserimento nel meccanismo di designazione interna dem del "corpo estraneo" Isabella Conti, sindaca di San Lazzaro e iscritta a Italia Viva. Una gara vera, degna dello strumento e di un partito con una dialettica interna costruttiva, al di là dell’esito finale.

Un risultato, quello di ieri, che conferma il vigore e il limite di un partito che ormai vive la propria forza più come un ormeggio che un piedistallo per il rilancio di un’azione sui contenuti. Il sei in pagella, appunto. Un partito che non vince mai molto e non perde mai molto. Un partito dove il flottante politico non esiste più, e che esprime partecipazione grazie al deep state che rappresenta, agli apparati che governa e alle sue molte appartenze. Nobili e meno nobili. L’antifascismo evergreen, il tradizionale "qui si è sempre votato così", un governo del territorio giudicato come un "buongoverno", e quelli più prosaici dell’essere nella coop, la asl o la partecipata giusta. Un mondo frastagliato che specie in certe realtà, tipo Bologna, al momento opportuno risponde alla chiamata. In Emilia soprattutto, perché nonostante gli strombazzi a Roma la partecipazione non è un gran viatico per Roberto Gualtieri. Quarantacinquemila votanti sono meno della metà di quanti andarono per Marino nel 2013, e meno delle primarie del 2016, quando poi alle urne Giachetti prese il 25 per cento e fu travolto dalla Raggi. Ma viviamo in tempi di sei, e il Pd si accontenta.