Quando un corpo è debole non ci si può permettere il lusso di sbagliare le cure, né di sperare che si rafforzi in maniera naturale. Altrimenti si fa la fine dell’Italia nell’anno del cambiamento. Con il Pil schiacciato verso lo zero, il debito che non si arresta, la produttività storicamente e tenacemente troppo bassa per un Paese industriale moderno. E con la prospettiva di trovarsi davanti a un bivio tra due baratri: se non si alzerà l’Iva nel 2019, il rapporto deficit Pil (dice la Commissione europea) schizzerà al 3,5% nel 2020. Ma il rincaro dell’Iva sarebbe l’ennesima mazzata ai consumi interni e alla crescita del Paese.

Di fronte a questo bivio, finora il governo ha risposto con proclami di fiducia (sarà un anno bellissimo), ha rilanciato la posta sul piatto (taglio delle tasse, salario minimo, pensioni anticipate). Reddito di cittadinanza e quota 100 non hanno favorito la crescita, disperdendo le risorse in misure popolari (anche se limitate come platea), di scarso o nullo effetto sul Pil. Hanno anzi appesantito il fardello del debito, innescando una spirale negativa che, assieme alla litigiosità perenne e all’incertezza, ha intaccato ancora di più i conti.

Il tam tam sul reddito e la Fornero è stato una perfetta arma di distrazione di massa, che ha permesso di restare in silenzio sulle scelte più difficili: zitti sulla Tav (si farà? mah), muti sulle trivelle, incertezza sugli appalti, nebbia sulle grandi infrastrutture. Il caso Ilva, poi, è da manuale: cambiare le regole in corso è il modo migliore per fare scappare gli investitori. Inutile poi annunciare che si vuole riformare la giustizia civile per accelerare i processi e rendere certo il diritto. Una cortina fumogena per nascondere che non sono i giudici, ma è l’esecutivo (nemmeno il parlamento) che rimodella le regole del gioco, spiazzando i giocatori e confondendo chi deve arbitrare. Gli industriali non ne possono più di parole, promesse e raffiche di no, perché competono con le imprese europee che non hanno freni mano da disinnescare ogni giorno. Si lavora con i fatti, non con le chiacchiere. Ad esempio serve un corpo di norme per la crescita e non un decreto zeppo di tutto, ma vuoto di azioni efficaci.