Sbaglierò, ma non credo che il rinvio di una decisione su Tav e Autonomia regionale sia legato meccanicamente al voto che ha impedito a Matteo Salvini di essere processato per sequestro di persona. Un voto diverso su un reato tanto grave quanto scivoloso avrebbe portato fatalmente a una crisi di governo. E non sappiamo quanto il M5S se ne sarebbe giovato. Il rinvio fa parte piuttosto di una tregua, arma al piede, tra i due alleati di governo che soltanto dopo le elezioni europee potranno seriamente contarsi e stabilire se e a quale prezzo proseguire la collaborazione. Dopo l’Abruzzo, il centrodestra ha molte probabilità di vincere domani in Sardegna e a marzo in Basilicata. Anche il voto del Piemonte, contemporaneo a quello europeo, potrebbe andare nella stessa direzione se Salvini prima di allora chiarisse meglio il suo pensiero a favore della Tav arginando l’annunciata serrata delle aziende medio-piccole
del Nord Ovest e quello sulle Autonomie che rischia di mettere in crisi il suo partito nel Veneto leghista.

Il problema di più immediata emergenza è tuttavia un altro. Ieri il presidente di una grande società di lavoro interinale mi ha confermato (dopo averlo detto ai tecnici di Di Maio) che nessuna azienda è disposta ad assumere a tempo indeterminato un lavoratore senza averlo sperimentato almeno per qualche mese. Una apertura in questo senso favorirebbe anche il lavoro dei 'navigator' quando tra qualche mese entreranno in funzione. Ci sono 118 miliardi pronti per essere spesi, frutto anche delle lentezze degli altri governi. Ma in otto mesi il famigerato codice degli appalti è ancora lì, mentre non c’è traccia dei 300 ingegneri che dovrebbero supplire l’inefficienza dei piccoli comuni che non hanno uffici per progettare opere per le quali pure avrebbero i soldi. 
Si dice che il presidente del Consiglio abbia una doppia frustrazione: l’isolamento tra i maggiori paesi che hanno un’idea d’Europa diversa da quella del nostro governo e l’eterna mediazione tra posizioni inconciliabili. Non sono certo da invidiare i Consigli dei ministri pentapartiti della Prima Repubblica, quelli quadripartiti dei governi Berlusconi e tantomeno quelli decapartiti di Prodi. Qui si è passati all’eccesso opposto. Conte, com’era nei patti, deve aspettare le decisioni di Salvini e Di Maio, ma contrasti e lentezze spesso gli lasciano il tavolo vuoto. Eppure, in attesa di Tav e di Autonomie, ci sarebbe tanto da fare...