La potenza delle coincidenze a volte è più inesorabile e affascinante delle analisi più sofisticate. E basta da sola, con la sua forza intrinseca, a dare il segno di un’epoca e di una distanza. Ebbene, "il 19 maggio del 1956, il giorno in cui viene dato inizio ai lavori, non c’è nulla: non un progetto definitivo, non le tecnologie, non le competenze professionali, non i soldi necessari. C’è una sola cosa: il coraggio di pochi uomini, capaci di immaginare una via di comunicazione che unisca il Paese. Il 4 ottobre del 1964 – appena otto anni dopo e in anticipo sui tempi previsti – una striscia di asfalto lunga 755 chilometri collega Milano con Napoli, il Nord con il Sud: è l’Autostrada del Sole". È un passo de 'La strada dritta' di Francesco Pinto, il romanzo epico e corale di quella che è stata il simbolo dell’Italia del boom economico e dell’orgoglio ritrovato di un Paese vinto che riesce a guadagnarsi, a colpi di sacrifici e creatività, un posto tra le principali potenze industriali del pianeta.

 Governo, Di Maio: "Non faremo la Tav, è inutile". Ira di Forza Italia

Il 19 maggio di 62 anni dopo, invece, il contratto giallo-verde di Luigi Di Maio e Matteo Salvini contempla, camuffato o esplicitato poco conta, il no alle grandi opere, a cominciare dalla Tav Torino-Lione. In nome di un malinteso rispetto dell’ambiente e di una bucolica decrescita felice, si ipotizza allegramente un antistorico blocco di infrastrutture vitali per il Paese. Una scelta paradossale e autolesionista quando, al contrario, dotarsi di strategiche vie di comunicazione ferroviarie e autostradali, di gas, energia, porti, aeroporti è essenziale per dare un decente futuro all’Italia. E, semmai, al posto dei semafori rossi ci si dovrebbe attendere un disboscamento di tutte quelle ridondanti procedure, di tutti quegli inutili vincoli, di tutti quegli esorbitanti cavilli che si sono tradotti negli ultimi decenni nell’impero del veto e del diniego da parte di amministrazioni locali, Tar, comitati, minoranze violente. Un grumo di ostacoli e di barriere, di clientele e di formalismi, che hanno avuto il solo effetto di renderci sempre meno competitivi e sempre più dipendenti dall’estero per gli approvvigionamenti energetici. E allora, in attesa di smentite nei fatti, vale solo la pena di tornare agli anni tra i Cinquanta e i Sessanta: "Durante quegli otto anni un esercito di manovali, carpentieri, tecnici, progettisti combatte senza sosta nell’alto dei viadotti e nel buio delle gallerie, nel fango degli inverni e nell’afa delle estati, per rispettare la promessa della sua costruzione".