Il leader della Lega Matteo Salvini e il capo politico del M5s Luigi Di Maio (Ansa)
Il leader della Lega Matteo Salvini e il capo politico del M5s Luigi Di Maio (Ansa)

Alla fine del secondo giro di consultazioni si è capito che la coalizione di centrodestra sta insieme a fatica. Con il colpo di teatrino al Quirinale, Berlusconi si è ripreso la scena e ha sbarrato la strada ad un accordo con i 5 Stelle. Poi ha firmato un levigato commento sullo scenario internazionale per spiegare che la crisi siriana richiede un "governo autorevole", riconosciuto come tale in Italia e all’estero, su una linea di politica estera non proprio identica a quella di Salvini.

D’altro canto, l’ovvia irritazione del capo della Lega non basta a giustificare una rottura che metterebbe a rischio oltre alla sua presunta leadership il predominio collettivo del centrodestra al
Nord. Quindi, anche l’ipotesi di un accordo separato Lega-M5S è in salita. Tanto più dopo aver visto che, quando sono messi di fronte all’alternativa tra seguire Putin e seguire Macron, Di Maio e Salvini prendono due strade diverse, alla faccia della teoria autoassolutoria dei democratici che li incasella tutti e due nel partito dei russofili-sovranisti.

Può darsi che a questo punto Mattarella senta la necessità di certificare l’incapacità dei partiti di comporre il puzzle dando uno o più incarichi esplorativi. Nessuno meglio della Casellati potrebbe accertare se la larga maggioranza che l’ha eletta sia o no in grado di sostenere anche l’entrata in carica di un qualche governo. Di Maio o Giorgetti sembrano i più titolati a verificare la possibilità di un accordo politico tra i loro due partiti. Dopo di che, potrebbe arrivare il turno di un governo di salvaguardia proposto dal Capo dello Stato, di fronte al quale tutti, il Pd per primo, farebbero fatica a svicolare. Un esito che i due vincitori delle elezioni possono scongiurare solo presentando nomi e cognomi per un governo di transizione scientemente destinato a durare poco.