Qual è lo stato di salute dell’alleanza giallorossa a un mese dalla fiducia al governo? Nicola Zingaretti e il Partito democratico sono fermamente intenzionati a trasformare una convivenza nata in modo imprevedibile in un matrimonio solido e di lunga durata. Il Pd è storicamente il partito italiano meglio strutturato e la campagna di convincimento sui territori ha dato buoni riscontri. Il risultato delle elezioni in Umbria del 27 ottobre, dove la candidata di centrodestra è data in vantaggio sull’avversario giallorosso, potrebbe avere un qualche impatto psicologico nella maggioranza, ma è difficile – se fosse negativo – che metta in discussione la prospettiva di alleanza anche in altre regioni dove potrebbe risultare vincente. Chi sembra in maggiore difficoltà è il Movimento 5 Stelle la cui convention oggi si annuncia meno festosa degli ultimi anni. La sofferenza per l’alleanza col Pd si mescola in una parte (minoritaria) del gruppo dirigente con l’insoddisfazione per la struttura del governo e per la possibile, ulteriore rinuncia ad altre battaglie simboliche, anche se il taglio del numero dei parlamentari è un successo indiscutibile, molto in linea con le aspettative umorali dell’opinione pubblica.

Da sempre ogni lista di ministri di qualsiasi governo lascia degli scontenti, ma non si era mai vista una presa di distanza dal proprio partito così clamorosa come quella di due militanti storiche del M5s (Giulia Grillo e Barbara Lezzi) venuta fuori dopo la loro sostituzione come ministri (Salute e Sud) non per un rimpasto interno, ma per la necessità di cedere quei posti ad esponenti del Pd. Né è un buon segno la difficile scalata di Danilo Toninelli al ruolo di capogruppo al Senato che aveva prima di diventare ministro.

L’assenza non giustificata alla Camera di quindici grillini alla votazione dell’altro ieri sul documento di programmazione economica, promosso con soli tre voti di scarto, è un forte elemento di instabilità e di allarme. Si aggiungano i prevedibili pedaggi che saranno chiesti da Matteo Renzi per far passare alcuni provvedimenti. Renzi si appresta a vestire di panni di Ghino di Tacco, il bandito gentiluomo toscano che derubava i viandanti costretti a passare nelle gole di Radicofani (Siena). Bettino Craxi, quando doveva far pagare pedaggi alla Dc, si firmava sull’Avanti! Ghino di Tacco. Renzi, che è pure toscano, non aspetta altro. 

Nonostante tutto, il governo non dovrebbe però correre pericoli. Nessuno ha interesse a ucciderlo nella culla: potrebbe farlo solo un doloroso e imprevedibile incidente domestico. Altro discorso è se il bambino crescerà sano e robusto oppure pallido e macilento. In questo senso sarà importante la manovra economica. Quasi tutti i governi della Seconda Repubblica sono caduti per scelte economiche impopolari o perché chi ha avuto un centesimo non ha manifestato gratitudine e chi lo ha perso si è infuriato. La proposta del governo si annuncia prevedibilmente sconvolta dal Parlamento. I conti si faranno alla fine.