Gianluca Vacchi (Lapresse)
Gianluca Vacchi (Lapresse)

Roma, 9 Agosto 2017 - La parola fancazzismo, che i pc meno aggiornati continuano a segnalare come inesistente volgarità, è una scuola di pensiero che il vocabolario restituisce come tendenza a non fare nulla. Gli aspiranti fancazzisti non si lascino trarre in inganno. In realtà è un lavoro a tempo pieno e richiede volontà di ferro, nervi d’acciaio, faccia di bronzo. I tre talenti non vengono mai insieme. E non pensino di cavarsela con una botta di fortuna al gratta e vinci o la ripetizione del mantra 'enjoy enjoy'. Non basta nemmeno travestirsi. Vestaglie di cachemire, pigiami da sera e babbucce colorate non fanno un fancazzista. Nemmeno un bestiario tatuato sul bicipite, una tartaruga al posto della pancia o la folla in delirio sui social. Fancazzisti si nasce. In un universo parallelo, dove le cose si fanno in un altro modo: inutile cercare di capire perché un fancazzista fasciato da un costumino che farebbe ridere tutta la spiaggia possa guadagnare 24mila euro l’ora giocando a fare il deejay. Per essere veri fancazzisti è necessario essere ottimisti e vedere il bicchiere sempre mezzo pieno, di cosa non si sa. Un candidato al fancazzismo deve avere la certezza che comunque finirà ci sarà sempre una barca con i divani bianchi su cui dimenarsi o al limite una palafitta di lusso a Miami. Deve soprattutto poter contare su una famiglia che non lo spinga a scaricare la frutta al mercato al primo accenno di deboscia ma anzi assecondi la sua smania intestandogli una ricca porzione di un patrimonio azionario ricchissimo. Un fancazzista che duri nel tempo deve darsi delle regole. Almeno tre: curare lo spirito, la mente e il corpo. Se manca tempo basta il corpo. Deve poi sapere travisare le misure come un pescatore e ammettere con coraggio di sciare meglio di Alberto Tomba. Ibernarsi una volta al giorno. Spargere vibrazioni positive come una lampada di sale. Lavoro matto e disperatissimo. Ecco perché di Gianluca Vacchi ce n’è uno solo.

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