La valutazione di Fitch, come quella che arriverà entro poche settimane da Moody’s, ha certamente un valore rilevante. E lo ha tanto più per un Paese con finanze pubbliche fragili, aggrappato quotidianamente alle oscillazioni dello spread e dei mercati. Ma non possiamo scambiare la febbre con coloro che la misurano e accusare questi ultimi di manipolare il termometro. O, peggio, come pure abbiamo cominciato a sentire da autorevoli esponenti del governo, ipotizzare complotti ai danni dell’Italia, con il corollario di attacchi speculativi di matrice politica, orditi nei sancta sanctorum del capitalismo globalista mondiale in odio del sovranismo nazionale. Intendiamoci, i poteri forti finanziari esistono, eccome. Operano, agiscono, orientano, determinano anche i destini dei Paesi: non lo fanno solo per ragioni e con obiettivi economici, a volte anche per raggiungere target geo-politici.
 
Solo che, con tutta la buona volontà, non è certo il nostro caso. Non è certo il caso dell’Italia di oggi e dell’esecutivo giallo-verde. 
Insomma, non c’è bisogno di complotti eterodiretti, di trame ordite per far saltare l’esecutivo del cambiamento. Siamo abilissimi nell’auto-complotto, capacissimi nell’arte dell’incartarci da soli, autolesionisti a nostra insaputa.

Basta scorrere le esternazioni a ripetizione degli ultimi mesi, fino alle ore più vicine, dei principali leader politici del governo e della maggioranza per rendersi conto del perché sui mercati e a Bruxelles e, dunque, sul fronte delle agenzie di rating, seguano con crescente preoccupazione l’avvicinarsi della prova della verità della legge di Bilancio italiana. 

Fino a oggi non abbiamo fatto altro che ascoltare annunci, minacce e promesse con un solo comune denominatore: il moltiplicarsi delle voci di spesa (dal reddito di cittadinanza all’allentamento della riforma Fornero, alla flat tax), senza che l’esperienza del governare abbia ricondotto chi di dovere al principio di realtà e al confronto con lo stato del nostro debito pubblico e dei nostri conti. 

Certo, c’è il ministro Giovanni Tria (con la supervisione del Quirinale) a tenere ferma la barra e a impedire lo scardinamento finale delle regole di una stabile gestione della finanza pubblica. Ma è la sola garanzia. Finché dura. Proprio la domanda che chi investe nei nostri titoli si pone.