NO. Due letterine difficili da pronunciare per i genitori di oggi. Per carità, lo sappiamo che è nostro dovere ripeterle. Ma che fatica. Sembra quasi che ci sentiamo in colpa. Siamo cresciuti, noi, con l’idea che i divieti vadano quantomeno motivati (c’entreranno il 6 politico e l’essere gli eredi dei baby boomers?). E il risultato è che loro, i nostri figli, si sono abituati ai sì. Ma in questo modo cresceranno autonomi e responsabili? Psicologi e scrittori si sono divertiti a definirci in tanti modi: genitori "elicottero" (Foster Cline), ipergenitori (Eva Millet), "devoti a piccoli Buddha" (Paolo Crepet). Quasi più guardie del corpo, che educatori. Quasi più jolly, che esempi autorevoli.

Facciamo rientrare i nostri figli a casa a tutte le ore, ci indebitiamo per mandarli a studiare all’estero, ci scapicolliamo per portarli a centomila attività (ah, santa noia!), non abbiamo ancora capito bene come controllare il deserto dei tartari valoriale dei social. Però, in compenso, li consegniamo a scuola come in una teca di cristallo e se i professori s’azzardano a contestare i pargoli, beh, mica ci piace tanto. Generalizzare è banalizzare, certo. Ma, senza arrivare ai fatti di cronaca dei genitori che accoltellano gli insegnanti ‘colpevoli’ di aver dato una nota, chi di noi può dire di non essere mai incappato in qualche terribile chat di classe, dove si scaricano fulmini e saette genitoriali di ogni tipo? Tutti avvocati dei bebè. Ebbene, questo non può coltivare l’idea sana dell’autosufficienza dei nostri figli, destinati così a essere definiti (forse ingenerosamente) bamboccioni, choosy (difficili). Le attenuanti per i figli dei sì costretti a prendersi le porte in faccia ci sono: su tutte, il lavoro precario. Eppure, diciamo la verità, non è solo colpa della mala società.

E non è vero che sia il risultato del troppo benessere. Altrimenti, come si spiega che in Paesi più ricchi del nostro come Danimarca, Germania e Svezia, i giovani sono stati abituati a essere autosufficienti fin da piccoli? Tra i 20 e i 64 anni (ultimi dati Eurostat) a Stoccolma lavora l’84% delle donne, contro il 66% dell’Emilia Romagna e il 31% della Sicilia. A Stoccolma le donne fanno più figli, ma stanno più fuori e i pupi nordici crescono più autonomi, grazie anche al welfare, agli sgravi per famiglie, al controllo sociale. Non è un caso. L’economia c’entra. Ma conta tanto anche la mentalità.