Vorrei che quel maledetto contamorti si arrestasse. Vorrei che si smettesse di spegnere nel sangue vite e amori, rapporti e prole. Ogni due giorni una donna viene ammazzata dal suo compagno. Non riesco a chiamarla follia perché, dando del folle al vigliacco che uccide una donna indifesa, gli regalerei una giustificazione. Mi chiedo come si riesca a sgozzare chi si è amato, dimenticare il sorriso dei figli che, ignari, aspettano a casa il ritorno di mamma o papà. Ultimo atto della vigliaccheria è il suicidio in un cesso: non è il peso della vergogna a spingere a farla finita, ma l’amplificazione di un egoismo smisurato quanto malvagio. Il coronamento di un maleficio analogo a quello del terrorista che si fa saltare in aria. Il femminicidio di Livorno lascia sgomenti perché spesso ci ricorda la latitanza delle istituzioni. Eppure, in questo caso, la legge era stata applicata e l’assassino era reduce da una condanna a sei mesi. Che cosa serve allora? Pene più severe? Più prevenzioni? E quale pena può servire a Sansone che ha deciso di uccidere e uccidersi per rendere eterno il suo infame momento di gloria? Noi, signori uomini (ma anche signore donne che possono manifestare analoghe intenzioni) dobbiamo smetterla di pensare che qualcuno ci appartenga a vita. Amare è rispetto reciproco. Nulla a che vedere col mercato delle schiave, aggravato dall’irrazionalità perversa del delitto d’onore. Ancora una volta è questione d’educazione. Ma per rieducare un popolo ci vuole tempo. Auguriamoci che le tutele scattino immediate ogni volta che una donna impaurita chiede aiuto a questa ‘società civile’.