Gli abbiamo regalato l’estate a Santorini, la felicità bianca e azzurra dei figli piccoli e dell’amore intatto. Ha preso e messo da parte gatti, stelle marine e unicorni che continuano a ricevere complimenti anche dopo l’estinzione. Sono suoi l’ultima birra in un fiordo norvegese, i capelli perduti dell’amica in chemioterapia, i frammenti di gioia e disperazione sparpagliati con un clic. Mark Zuckerberg ora possiede tutti i numeri di telefono sul nostro smartphone. Sa che sulla pizza non vogliamo il formaggio e che nel 2015 abbiamo cercato rimedi per l’alluce valgo. La scatola nera della nostra vita da quando ci siamo iscritti a Facebook è nelle sue mani e può farne quello che vuole: venderci un aspirapolvere o alimentare una paura. Ha capito di avere esagerato. Di fronte al 42% della popolazione mondiale in rete e ai 2 miliardi di account anche un predatore bulimico fa un passo indietro. E il social promette di darsi nuove regole. I primi a doversi dare una regolata però siamo noi, i garruli techno-ottimisti che hanno consegnato chiavi in mano l’esistenza a un’applicazione. Non potevamo sapere. Ma adesso sì. Sappiamo che la vita on line e quella off line non sono la stessa cosa. Che una rete non è una comunità anche se un po’ si assomigliano. E che nessuno può vantarsi senza arrossire di avere 1.500 amici quando in una vita il limite fissato dagli antropologi è di 150 relazioni significative. Sappiamo che va ripensato il significato di verità e trasparenza. Che i gradi di separazione fra la gente sono un antidoto alla promiscuità e dietro lo schermo siamo tutti potenziali vittime del lunatico, truffatore, hater o cyber bullo di turno. Possiamo fare un passo indietro e chiedere che ci venga restituita, se non l’anima, almeno una copia delle chiavi.