Ricordiamo le date per capire i dati.
L’Unione Europea fissò per il week-end del 1° Maggio 1998 il vertice che avrebbe deciso il varo della moneta unica e soprattutto i paesi che avrebbero potuto entrare nell’euro sin dall’inizio.
Il 21 aprile 1996 l’Ulivo vinse le elezione e si costituì il governo Prodi con Carlo Azeglio Ciampi ministro del Tesoro e del Bilancio. A giugno del 1996 il governo presentò alle Camere il suo DPEF, firmato da Prodi e Ciampi, che conteneva una manovra di politica economica pari a 32.500 miliardi di lire per il 1997 ed indicava che l’Italia sarebbe scesa sotto il 3% di deficit nel 1998.
Si aprì subito un dibattito: al vertice del 1° maggio 1998 l’Unione Europea, per decidere quali paesi avrebbero potuto partecipare all’euro sin dall’inizio, avrebbe considerato le “previsioni” di deficit dello stesso anno 1998 oppure avrebbe fatto riferimento ai dati “consuntivi-storici” del 1997? Questo dubbio restò tale per tutta l’estate, anche se Stefano Micossi (allora direttore generale della DG III della Commissione europea) ed il sottoscritto in un intervento sulla stampa esprimemmo subito l’opinione che …in Europa si valutavano i dati veri storici e non le previsioni a venire.
Nel settembre 1996, in occasione di un vertice bilaterale Spagna-Italia, Aznar affermò che la Spagna avrebbe rispettato il 3% di deficit nel 1997.
A fine settembre Prodi e Ciampi vararono una legge finanziaria per il 1997 che “raddoppiava” la manovra proposta a giugno da 32.500 a 65.000 miliardi di lire e indicava l’obiettivo del 3% di deficit per il 1997.
Ebbene, queste date e questi dati dimostrano che, non appena avuta consapevolezza che il parametro per entrare nell’euro sarebbero stati i dati consuntivi del 1997, l’intero governo e soprattutto il presidente del consiglio Prodi ed il ministro del Tesoro Ciampi perseguirono con forte e congiunta determinazione l’obiettivo di far entrare l’Italia nella moneta unica sin dal primo momento senza alcun rinvio.
Diverso è il ragionamento se fosse giusto o sbagliato entrare subito nell’euro.
Ma qui bisogna distinguere tra euro e super-euro.
Nei primi due anni l’euro navigò sotto o attorno alla parità col dollaro. Successivamente, la BCE di Jean-Claude Trichet, eterodiretta dalla Bundesbank, aumentò i tassi di interesse per paura di una inflazione che non c’era quando la Federal Reserve americana li abbassò. Così facendo “creò” il super-euro che schizzò ad oltre 1,5 sul dollaro. Ebbene, questo “errore” è costato dal 2003 al 2014 a tutta l’area euro una perdita di Pil del 10% ed una minore occupazione di oltre dieci milioni di posti di lavoro. Il costo del super-euro è stato pertanto subito da tutti i paesi partecipanti, Germania ed Italia in testa in quanto sono le prime due grandi economie manifatturiere d’Europa. Sarebbe stato quindi meglio per tutti se non ci fosse stato il super-euro che, per altro, oggi non c’è più grazie a super-Mario da Francoforte che lo ha riportato a livelli più fisiologici.
Sta di fatto però che, senza l’euro, l’Italia della vecchia lira sarebbe stata travolta da una crisi da debito pubblico già nei primi anni duemila e comunque prima dell’errore del super-euro. Non avremmo infatti potuto godere della discesa dei tassi di interesse che, per un paese che viaggiava ben sopra il 100% nel rapporto tra Debito e Pil, ha significato un risparmio di interessi sul debito pubblico di oltre 100.000 miliardi di vecchie lire cioè almeno 40/50 miliardi di euro.
Anche ex-post quindi la scelta di entrare nell’euro è stata a mio parere sacrosanta e soprattutto senza alternative o meglio con una alternativa pressoché certa di disastro finanziario.
Al di là dei variegati colori politici quindi, le date ed i dati rendono congiuntamente benedetti Prodi e Ciampi.
Il vero problema è che la loro determinazione ad entrare nell’euro conteneva implicita una scommessa: con la moneta unica ed i vincoli europei i governi italiani sarebbero stati costretti a mettere mano agli sprechi, alle malversazioni ed alle ruberie della spesa pubblica corrente (che oggi la Corte dei Conti stima in oltre 50 miliardi di euro all’anno) ed alla immensità dell’evasione fiscale (che stime prudenti attestano attorno ai 100 miliardi all’anno).
Qui si è persa la scommessa, non solo da parte di loro due, ma anche da parte di molti, compreso il sottoscritto, che negli ultimi venti anni hanno tentato di mettere a posto le cose nella nostra casa comune Italia per partecipare a pieno titolo e come protagonisti alla costruzione europea, senza dover piagnucolare “flessibilità” o lanciare grida manzoniane per la crescita, l’occupazione, l’equità sociale.
Dare del traditore a Carlo Azeglio Ciampi, che “storicamente” non lo merita, è palese sciacallaggio ma è anche “semplice e facile” perché non si pagano costi politici e forse si spera in un demagogico vantaggio elettorale.
Ci vuole invece molto coraggio e molta forza intellettuale e politica per dare dei traditori della Patria a chi davvero lo merita e cioè a tutti coloro che sguazzano nelle ruberie della spesa pubblica e nel bengodi dell’evasione fiscale. Ma questo pochi lo dicono ed ancor meno sono stati e sono quelli che hanno tentato nei fatti di smascherarli e di combatterli. Tra questi pochi e per tutta la vita c’è certamente stato il presidente Carlo Azeglio Ciampi. 

di MARIO BALDASSARRI*

Presidente del centro studi Economia Reale