Era prerogativa degli dèi l’eterna giovinezza sull’Olimpo, ma era anche dono di Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden. È un sogno che giace al fondo dell’immaginario collettivo e si proietta nell’ansia di vincere il tempo e di non morire mai più, con alcune punte di superomismo e titanismo, quel che i greci chiamavano ibris, noi tracotanza. Forse il mito di apparire sempre giovani possiede davvero una perenne giovinezza, se rinverdisce poi nei sogni ad occhi aperti dei poeti e dei narratori, dal Faust di Goethe a Il ritratto di Dorian Gray, da She di Haggard alle leggende del conte Dracula, attraverso personaggi che infrangono ogni morale per un diritto alla felicità che non conosce più limiti alla fame insaziabile dell’ego. Poteva sottrarsi a questa tentatrice suggestione la decima musa, quell’arte del cinema che sa mettere in scena proprio i nostri sogni più segreti, attraverso i grandi attori? Ed ecco Marlon Brando, De Niro, Michael Douglas, i miti del nostro tempo, i nuovi dèi sui quali noi comuni mortali ci proiettiamo, apparire nello stesso personaggio di un film, grazie al ringiovanimento digitale, giovani e poi vecchi in sequenza, dilatando le possibilità espressive del cinema fino a inseguire la vita, dove non è possibile alla penna.

Sembra però che le ultime tecniche cinematografiche vadano anche oltre, in una scalata al cielo infinita. Trascolorando le età di un’esistenza in scene che sfumano una nell’altra, mostrando ancora di più il divino potere del cinema sul tempo, nella guancia che rifiorisce e poi avvizzisce, avvizzisce e poi rifiorisce. Un’autentica extraterritorialità dai limiti senza più alcuna paura di tradire l’umano, arrendendosi solo all’esigenza di modellarlo sull’impossibile. Parrebbe il cinema dirci che nulla gli è vietato nella rappresentazione della creatura modellata a immagine e somiglianza di Dio.