L’eruzione del Krakatoa provoca oltre 200 morti tra Sumatra e Giava, quasi contemporaneamente in Sicilia erutta l’Etna, e anche lo Stromboli, e la terra trema a Catania. Sotto la crosta terrestre tutti i vulcani sono collegati l’uno all’altro? Certamente, lo prevedo, i geologi non saranno d’accordo. Un caso. Non importa, in un certo senso mi consola che la mia isola sia unita in un destino comune che ci coinvolge tutti.

Guardando il telegiornale, a Berlino, l’Etna apparirà agli occhi dei miei amici tedeschi lontano e esotico, quasi come il vulcano in Indonesia. Sarà meglio evitare di andare in vacanza la prossima Pasqua da quelle parti? Eppure, la terra è infida anche lungo il Reno. Anni fa, quando abitavo sul fiume, a Bonn, una notte mi svegliai perché il mio letto tremava, e tutti i miei libri furono scaraventati a terra, il terremoto fece crollare alcune guglie del Duomo di Colonia. La zona è disseminata di vulcani spenti che appaiono come laghi quasi rotondi tra i boschi. Romantici e infidi.

I nostri, l’Etna e gli altri intorno all’isola, sono altra cosa. Il più pericoloso, il Marsili, nemmeno si vede, nascosto in un abisso a tremila metri sul fondo del Tirreno, tra le Eolie e Napoli. Attivo potrebbe provocare uno tsumani come il maremoto che fece centomila vittime a Messina nel 1908. Questo forse spiega come il fuoco e la lava nei millenni abbiano cambiato il paesaggio e anche il carattere degli uomini. Si vive con il pensiero inconscio che nulla è sicuro. Nulla è per sempre. In pochi minuti, il terremoto del Belice, nel gennaio 1968, cancellò la vita semplice dei pastori e dei contadini. Si possono ricostruire le case, non le tradizioni.

Sarò siciliano, ma questo non è fatalismo, o rassegnazione. Io lo vedo come un’antica saggezza. Il terremoto di Noto, nel 1693, distrusse tutti i paesi della zona. Principi e baroni ricostruirono i loro palazzi e le chiese, non le case del popolo, coprendo le facciate con putti e fauni, con santi e con dee, in un barocco siculo molto particolare, che stupisce gli storici dell’arte. Le facce sono grottesche e beffarde, le lingue di fuori in uno sberleffo di marmo. In una terra ballerina, almeno ci si prende gioco del destino.