Enrico Berlinguer (Ansa)
Enrico Berlinguer (Ansa)

Trentacinque anni fa moriva Enrico Berlinguer e il mondo politico si unisce nel ricordo, esaltandone le doti politiche e umane. La presidente del Senato, Elisabetta Casellati, ha giustamente affermato che "l'Italia ne sente la mancanza". Nelle settimane scorse era stato rievocato Aldo Moro, qualche mese prima Giulio Andreotti. Nei discorsi di molti è apparsa innegabile la nostalgia per una classe politica oggettivamente più preparata di quella di adesso, meno improvvisata, con più visione, figlia di un cursus honorum che era riconoscimento al merito, selezione e garanzia di competenza. Buttar là dei paragoni è antipatico e anche ingeneroso, ma una domanda corre d’obbligo: quanti dei Moro, dei Fanfani, dei La Malfa, dei Pertini, dei Berlinguer, degli Andreotti di una volta verrebbero oggi eletti? Siamo sicuri che un popolo ormai abituato a votare sull’onda delle emozioni, un occhio ai social e uno all’ennesimo battibecco tv, un orecchio teso ad ascoltare l’urlo più forte l’altro a difendersi dalle offese del vicino, un cuore non più uso alle emozioni ma agli emoticon, ecco siamo sicuri che eleggeremmo Fanfani o Berlinguer e non l’ultimo pifferaio magico che passa davanti su Facebook con l’ennesimo carico di promesse smentite al post successivo? Diciamo francamente, probabilmente no. Nessuno dei migliori del passato passerebbe il vaglio di un'elezione diretta oggi. Molte lodi e pochi voti. Perché siamo peggiorati o solo cambiati? Di certo abbiamo meno fiducia nel futuro, e quindi sentiamo meno il bisogno di gente con visione solida, siamo più abituati a viver del presente così crediamo che non servano basi per fare niente e quindi neanche la politica. Non pensando che le competenze occorrano, non le richiediamo ai nostri rappresentanti. 
Se non volessimo passare per i soliti nostalgici dei tempi andati diremmo che siamo solo cambiati. A esser sinceri diciamo che siamo peggiorati.