Pontida ha sempre segnato la storia del centrodestra. Nel ’94 la Lega era appena arrivata al governo con Forza Italia e Alleanza Nazionale (che era ancora MSI), ma Berlusconi aveva stravinto alle Europee. Bossi, che accompagnai in auto sul pratone sotto gli occhi increduli dei lumbard che mi consideravano espressione del putrido regime romano, mi fece capire che l’amore appena cominciato era già finito. Domani, venticinque anni dopo, Matteo Salvini apre a Pontida una lunga guerra di posizione per riconquistare il potere volontariamente ceduto a Pd e Cinque Stelle. Lo farà a poche ore dalla ricucitura con Berlusconi in nome di un centrodestra che da ieri sembra tornato unito anche a livello nazionale (con tutti gli infiniti distinguo che seguiranno) in una opposizione comune che sarà consacrata il 19 ottobre nella grande manifestazione di Piazza San Giovanni, cattedrale laica del Pci di Togliatti e Berlinguer. Guerra di posizione perché il Pd – pur avendo meno voti della Lega – è più abituato al potere e sa bene che cosa significa perderlo.

Sa anche quanto sia decisivo per le sorti politiche del Paese eleggere il presidente della Repubblica che la debolezza del sistema parlamentare ha elevato a supremo regolatore, pure a Costituzione invariata. Una guerra di posizione – come fu la Grande Guerra – è lunga, ma punteggiata di battaglie che risulteranno a un certo punto decisive per l’esito finale. Per il Pd le elezioni in Umbria del 27 ottobre sono come il Grappa. Tenere la regione, caduta dopo una Caporetto di malcostume, è psicologicamente e politicamente molto importante. L’Umbria è rossa dal 1948, come la Toscana e l’Emilia Romagna. Perderla a meno di due mesi dalla nascita del nuovo governo sarebbe pesante. Fino a luglio, il presidente emiliano Bonaccini tendeva a rinviare le elezioni il più a lungo possibile (tra novembre e febbraio) sperando che un incidente di percorso, allora imprevedibile, fermasse Salvini.

L’incidente c’è stato e adesso sembra ci sia la voglia di accelerare. Oggi una sconfitta in Emilia Romagna equivarrebbe allo sfondamento austriaco del Piave. Un disastro irreparabile. Mentre il Pd si chiede se dopo la sfuriata ieri sera dei suoi sulla distribuzione dei sottosegretari Renzi stia rivalutando lo scisma temuto da Zingaretti, l’opinione pubblica segue poco queste manovre ed è attenta come sempre ai fatti. E i fatti oggi hanno due nomi: immigrazione e soldi. I Cinque Stelle non vogliono cambiare linea rispetto ai ‘porti chiusi’. I Democratici la pensano all’opposto. Vedremo se e in quali termini l’Europa farà quel che ha sempre rifiutato: l’automatismo della distribuzione dei migranti. I soldi sono pochi: salvata l’Iva restano briciole. Vedremo a chi andranno: solo ai lavoratori dipendenti? A chi guadagna meno di 1.500 euro al mese o anche a chi ne guadagna duemila? E le imprese? Verrà corretto il reddito di cittadinanza e come? Quando andrà via l’ultimo pensionato di Quota 100? Come disse Badoglio il 25 luglio del ’43, "la guerra continua"...