Marine Le Pen al seggio (ANSA)
Marine Le Pen al seggio (ANSA)

Sarà la pandemia che ha impaurito tutti e generato voglia di protezione; saranno i miliardi del Recovery che finalmente hanno mostrato come in fondo in fondo l’Unione europea un suo ruolo lo svolge; saranno gli equilibri internazionali creatisi con la fine della presidenza Trump e la rinascita di una nuova Guerra fredda con l’estremo oriente; sarà che alla fine il populismo è un vento, e come tutti i venti a un certo punto si alzano e a un altro si posano. Fatto sta che in Europa pare respirarsi da qualche tempo un’aria un po’ diversa. E’ evidente quanto sia difficile e ardito collegare eventi distanti geograficamente tra loro, ma sarebbe sbagliato non vedere un minimo di collegamento tra quanto appena accaduto in Francia con la sconfitta di Marine Le Pen e il riaffermarsi della più tradizionale destra gollista, i buoni risultati ottenuti una settimana fa in Germania dalla Cdu di Angela Merkel in contrapposizione degli estremisti di destra della Afd, la vittoria dei popolari spagnoli nelle elezioni per la comunità di Madrid in cui l’estrema destra di Vox ha registrato una battuta d’arresto. Il tutto mentre in Italia si parla sempre più insistentemente di un unico partito di centrodestra, con la Lega che prima accetta di sostenere il governo dell’ex banchiere centrale Mario Draghi, poi modera toni, linguaggi e obiettivi candidandosi a rappresentare in un’unica formazione «all’americana» il mondo popolare e conservatore. Segno, tutto questo questo, che probabilmente un nuovo processo politico si è innescato, un processo in cui il sovranismo è meno centrale di prima e in cui gli elettori tornano ad apprezzare le forze politiche che guardano meno agli estremi e ai toni estremi di quanto accadesse prima. E’ presto per dire dove tutto questo porterà, che scenari ci aspettano, e che parte in tutto questo potrà avere l’Italia. Ma negare che le cose stiano cambiando significherebbe non leggere la realtà che abbiamo sotto gli occhi.