Sedici anni sono un battito di ciglia nella storia dei popoli. Ma se riconsideriamo la storia di Angela Merkel dal 2005, quando per la prima volta fu eletta cancelliera, e la confrontiamo con l’eredità che lascerà al successore a settembre, quei sedici anni appaiono un’eternità. Non c’era ancora la crisi finanziaria. In Italia governava Berlusconi. In Francia Chirac. In Gran Bretagna Tony Blair. Non eravamo condizionati dai virus digitali dei social network. E tanto meno dai virus patogeni come quello fuoriuscito dalla Cina. L’Europa guardava avanti. La Germania ne era la guida, forte di un marco trasfuso nell’euro.

E la paffuta signora venuta dal freddo godeva di luce riflessa dopo che Helmut Kohl era andato a scovarla nella ex Germania comunista. Ebbene, sarebbe stato proprio il suo grande elettore quattro anni fa, prima di morire, a sentenziare: ha distrutto la mia Europa. Non solo l’Europa. Ha avviato la dissoluzione del suo partito, la Cdu. Ha fatto germogliare i populismi di destra e sinistra come conseguenza di una irresponsabile politica migratoria (Wir schaffen das). Ha fatto lo sgambetto a Cameron pochi mesi prima del referendum sulla Brexit. Ha imposto l’austerity all’Europa del sud, trasformando una crisi regionale, in Grecia, in una catastrofe continentale. Ha ingessato la Banca Centrale Europea impedendole di copiare il Quantitative easing della Federal Reserve americana. E quando Mario Draghi finalmente potè adottarlo, i danni erano già fatti.

Insomma bilancio controverso, per usare un termine elegante. Ma se vogliamo chiamare le cose con il loro nome quel bilancio è il frutto di una conduzione tanto arrogante quanto miope se non addirittura ottusa. Angela Merkel non ha visto i guai che avrebbero investito l’Europa, snobbata sino all’ultimo con la designazione a suo presidente della modesta Ursula von der Leyen. Non è riuscita a programmare una coordinata reazione alla maledizione cinese. Che delusione vederla elemosinare i vaccini dalla Russia postcomunista! Dalla grande Germania ci si aspettava quella previdenza e quell’efficienza che da Adenauer in poi l’avevano fatta oggetto di invidia, ammirazione, emulazione. E anche l’espansione economica del primo decennio del secolo viene riesaminata e riattribuita. Fu Gerhard Schroeder, il predecessore, a varare le riforme meritorie. Fu Angela Merkel a gestirle. E oggi che stanno sfiorendo, la Germania si ritrova debole, instabile, malata. Sventura nella sventura, per la Germania e per noi tutti. (cesaredecarlo@cs.com)