La parola donazione non va banalizzata. Nel caso del midollo osseo poi, come per ogni aspetto che riguarda la nostra salute, il valore di questo atto è ancora più assoluto. Non occorre spaventarsi, ma neppure ridurre la scelta a una banale condivisione. C’è una doppia consapevolezza che va compresa: da una parte si accetta di donare un po’ di sacrificio (perché comunque ci sarà un’operazione e poi una breve convalescenza), ma dall’altra si scoprirà di aver ricevuto un dono maggiore nel dare.

Lo scrivo perché ho visto da vicino un donatore: mio fratello. Ne ho ammirato la determinazione e la prontezza nel dare la risposta quando è venuto il momento di andare in ospedale per l’intervento. Il sorriso nel sopportare il dolore. La gioia compressa nel pensare che una persona oggi vive grazie a quel suo sì. È accaduto nel 2002, lui aveva 31 anni. Fu ricoverato alcuni giorni prima del trapianto, isolato, perché nel momento in cui l’intervento va fatto non c’è tempo da perdere e il donatore deve essere in piena salute. Ci sono poche ore per passare il midollo nel corpo di chi lo attende per sopravvivere, donatore e ricevente sono strettamente legati come da un cordone ombelicale. Quando oggi ne parliamo, mi dice: sono stato io il fortunato, perché ho potuto salvare una persona. 

Non si giudica nessuno, neppure chi alla fine non se la sente. Ma la grandezza di un atto che consente a uno sconosciuto di vivere, chissà dove, in Italia o in un altro Paese, può ripagare qualsiasi sacrificio e non va considerata una banale beneficenza. Quando l’Admo e il Comune premiarono anni fa alcuni donatori – ci andai ovviamente per ragioni familiari – ebbi la fortuna di ascoltare anche il racconto di un salvato, un collega giornalista, Emilio Bonicelli. Malato di leucemia, un giorno fu anche lui chiamato: c’era un donatore. Raccontò il viaggio verso l’ospedale, la preparazione, l’attesa. E poi l’incredulità nel pensare che «uno sconosciuto, un giorno, è stata chiamato a Berlino, ha accettato di andare in ospedale e mi ha donato la vita senza sapere chi io fossi». Bonicelli ha scritto un libro, lo ha intitolato ‘Ritorno alla vita’.