La direzione del Pd è arrivata. Renzi si è dimesso. Al Pd va dato atto che rimane l’unico vero partito, dove gli organi dirigenti si riuniscono e prendono decisioni. Un partito dove di fronte a una débâcle il segretario si dimette; dove la pretesa di questi di guidare la transizione suscita una levata di scudi. Una bella differenza con il partito personale di Berlusconi, che rispetto al 2013 ha perso ancor più voti del Partito democratico senza che si sia alzata una voce critica nei confronti del ‘padrone’. Tuttavia, la strada per una rifondazione – una nuova fase costituente, ha detto Martina – non solo non sarà facile, ma il suo esito dipenderà dalla capacità del partito di assumere un nuovo stile. Oggi molti dei protagonisti di questo reset sono gli stessi che hanno acriticamente sostenuto la politica dell’ex segretario e non si sono sentite parole di autocritica. Nella sua relazione Martina ha indicato le tante cose che ora bisognerà fare per ridare slancio al partito, ma sarebbe stata interessante una riflessione sul perché non sono state fatte prima. Si ripropone quella tendenza alla rimozione della realtà che aveva caratterizzato la fase pre-Renzi (e poi anche la fase renziana dopo la presa del potere). E il rischio è che insieme ad essa si riproponga anche quella tendenza dei gruppi dirigenti, dei capi-bastone delle diverse componenti, a cercare accordi ‘unitari’ senza avere il coraggio di lasciare spazio a esplicite contrapposizioni tra visioni diverse. Perché di fatto quella ricerca di unità altro non è che la ricerca di accordi al vertice per la spartizione di quote di potere e soffoca il confronto e l’espressione di idee, la possibilità di innovazione. Il Pd ha bisogno di rigenerarsi e non saranno gli accordi tra stanche élite a ridargli vigore.