Chissà tra quanto tempo, sul candido marmo di un monumento, troneggerà la scritta: popolo di santi, eroi, poeti, navigatori e ‘telefonomani’. Il brutto neologismo coprirà le parole artisti, trasmigratori e colonizzatori, scalpellate via alla bell’e meglio perché desuete. Forse il motto, di mussoliniana memoria, sarà invaso dalla vegetazione infestante e un esploratore galattico leggerà contrito le capacità dell’italica stirpe, per venire interrotto dal trillo di un telefonino rimasto attivo malgrado l’autodistruzione cybertonica del Belpaese. Perché, andando avanti di questo passo, rimarrà solo uno squillo di questa galoppante tecno-civiltà privata della propria memoria. 
Proprio qui sta il primo paradosso: assuefatti come siamo all’uso di strumenti (un telefonino, ad esempio) atti a conservare memoria, abbiamo confuso la memoria sociale con il nostro profilo social. Questo è il brutto sintomo di una perniciosa malattia: barattare accadimenti con la chimera di un selfie in tempo reale, invita a ripetere senza pensarci troppo gli errori del passato. E il nostro passato è talmente pieno di castronerie che meglio sarebbe ricordare tutto che cancellare ciò che è scomodo. I ragazzi italiani – dice poi uno studio – quando leggono non riescono a capire il senso, l’attendibilità del messaggio. Nel campo matematico non c’è da stare allegri mentre, per le scienze, siamo una vera e propria onta planetaria. Eppure, viste le cinque ore giornaliere che trascorriamo in compagnia del nostro apparecchio telefonico personale, mi auguravo che il cervello avesse acquistato elasticità. Invece siamo giunti al punto di evitare persino di capire, tanto una tastiera ci salverà. Forse proprio lì ha sede il secondo arcano: la pigrizia cibernetica. Una volta, chiunque avesse sete di risolvere i propri dubbi, si gettava a capofitto tra le pagine di un libro. Le respirava con impegno, conquistando conoscenza. Oggi per un’infarinata di sapere è sufficiente un clic. E la pigrizia assale anche il più curioso tra i curiosi. Chissà che cosa direbbe Orwell accorgendosi di essere stato un inguaribile ottimista nel descrivere l’umanità schiava delle macchine e della tecnologia. La realtà, più cruda della più fervida fantasia, è che il nostro salvavita a tastiera ci ha illuso sia sufficiente maneggiare quattro tasti per diventare padroni del mondo. ‘Una telefonata salva la vita’, recitava uno slogan all’inizio della rivoluzione telefonica. Ma cinque ore al dì a interloquire con un telefono rendono perversa anche la più immacolata tra le esistenze.