La parola chiave per il 2021 e per il 2022 è «crescita». Il premier Mario Draghi, alla firma della sua prima legge di Bilancio, la ripete più volte, con enfasi, non solo o non tanto per indicare lo spirito e la cifra della manovra per il prossimo anno. Ma anche e soprattutto per spiegare, da economista di matrice liberal-keynesiana, che lo Stato può e deve fare tutto quello che può per sostenere l’economia, ma che tocca alle imprese e alla società innescare e svolgere i processi che possono fare la differenza tra l’assistenzialismo fine a se stesso e la propulsione che rafforza e consolida la ripresa. Dunque, via Quota 100, stretta sul Reddito, ma taglio delle tasse: i tre pilastri della nuova rotta.

È un Draghi più "politico" di quello che taluni potevano immaginare, il presidente del Consiglio che presenta e illustra la "sua" legge di Bilancio: lo si vede da come ha tenuto testa in queste settimane all’assalto di partiti e sindacati. Nessuna vera concessione alle bandiere leghiste, grilline e di Cgil, Cisl e Uil, eppure nessuno scontro e nessuna rottura: al massimo rinvii, ma con una rotta che appare comunque tracciata sui dossier più delicati e controversi.

Prendiamo uno dei capitoli clou del pacchetto di finanza pubblica, quello delle pensioni. Con il ministro dell’Economia, Daniele Franco, l’obiettivo iniziale è stato quello di archiviare Quota 100 e di ripristinare, nel breve periodo, la riforma Fornero. Ebbene, Quota 102 nel 2022 non è altro che questo: un passaggio intermedio verso quella meta. Ma la "politicità" dell’operazione è tutta nel riaprire il confronto con le forze sociali e nell’impedire ai sindacati di tenere alta la tensione ("Uno sciopero generale? Sarebbe strano").

Cambia il dossier, non cambia il metodo. Accetta di rifinanziare il Reddito di cittadinanza di impronta grillina, ma comincia a svuotarlo di quei gravi vizi e di quelle dannose incongruenze che lo hanno reso fallimentare e inefficace come strumento di politica attiva. Eppure, agli occhi degli stessi big del Movimento, passa come colui che lo ha difeso dall’assalto del centrodestra. Un capolavoro. Accompagnato dalla cancellazione del cashback.

Il risultato – e qui torna il Draghi statista-economista – è l’archiviazione della politica economica "simbolica" e costosa del governo giallo-verde, ma anche di quella dispendiosa e "plastica" dell’esecutivo giallo-rosso. Perché oggi come nell’agosto del 2011, quando firmò la lettera per la salvezza del Paese da governatore di Bankitalia con Jean-Claude Trichet, la bussola è rimasta la stessa: sostenere la crescita come leva per la coesione sociale e per tenere sotto controllo i conti pubblici.