Che sorte attende Luigi Di Maio? Quanto reggerà la sua doppia opzione di diventare presidente del Consiglio alla guida di una coalizione da lui comunque imposta? Nella Prima Repubblica la Dc si trovava in una condizione più favorevole. La lungimiranza di De Gasperi nel ’48 gli suggerì di allargare la coalizione ai piccoli partiti laici pur avendo la maggioranza assoluta. I successori fino al ’92 scelsero ora l’uno, ora l’altro: lo consentiva il sistema proporzionale puro. Ognuno correva per sé, nessuno tradiva.

Oggi 167 parlamentari del centrodestra sono stati eletti nella quota uninominale: ciascuno ha preso i voti dell’intera coalizione. Salvini ha detto ripetutamente a Di Maio di non poter abbandonare gli alleati. Ma l’altro non cede. Non vuole o non può? La seconda ipotesi ci pare più credibile. Di Maio sa che la sua ambizione di diventare presidente del Consiglio è la eventuale conclusione e non la premessa di ogni trattativa. E’ come uno yogurt: o si mangia presto o scade. Sa che ‘sopportare’ l’appoggio esterno gratuito di Berlusconi e Meloni è inelegante nel termine e impossibile nella sostanza. 

Probabilmente il centrodestra accetterebbe di portarlo a palazzo Chigi in condizioni di pari dignità, anche se le sparate di ieri del Cavaliere hanno allontanato l’obiettivo. Non conterebbe in ogni caso l’incontro personale con Berlusconi al tavolo delle trattative quanto il riconoscimento che la sua forza politica va rispettata. Un accordo su ministri estranei ai governi precedenti o perfino "di area" forse è possibile. Ma non si può ottenere senza chiedere, incassare senza una ragionevole contropartita. Palazzo Chigi non capita tutti i giorni perciò Di Maio forse si turerebbe il naso e manderebbe giù la medicina salvifica seppure indigesta. Ma non può. Quando un Movimento come i Cinque Stelle si impicca a una dogmatica autosufficienza venirne fuori è complicato. Se Mattarella incaricasse Fico di fare un nuovo tentativo, le illusioni di Di Maio sarebbero finite. Gli amici del leader M5s esorcizzano questa possibilità che nessuno può escludere. Fico è diventato presidente della Camera al posto di Fraccaro, fedelissimo di Di Maio, solo perché Berlusconi ha imposto un cambio che lo risarcisse mediaticamente della sostituzione al Senato di Bernini con Casellati. Fico è la vera sinistra del partito e se mai una eventuale apertura al Pd andasse in porto, certamente Di Maio non sarebbe presidente del Consiglio. Renzi sa bene che la vendetta è un piatto che si mangia freddo. E sette anni di insulti costano.