Si, lo sappiamo, il mondo è cambiato e le squadre sono ormai "aziende" e società per azioni addirittura quotate in Borsa. Niente di cui stupirsi, inutile rincorrere la nostalgia canaglia di quando esistevano le bandiere e i simboli con i quali identificarsi e a cui affidare i nostri sogni di gloria. Però sentire l’ad della Roma Guido Fienga che, annunciando il benservito al capitano Daniele De Rossi - ultimo vero core de’ Roma -, parla più e più volte di "azienda" riferendosi alla società e alla squadra, beh, insomma, un po’ di ulteriore disagio lo ha creato, sia ai tifosi giallorossi, sia a un po’ tutti gli amanti del calcio e dello sport. La passione per una squadra di calcio è un algoritmo dell’anima molto complesso, che ha a che fare con l’attaccamento a una città, a una maglia, a volte anche a un certo tipo di valori, ed è un qualcosa che ti fa andare dove la ragione non ti avrebbe mai condotto, tipo spendere dei soldi per vedere ventidue ragazzotti in mutandoni che corrono dietro a un pallone, fraternizzare allo stadio con gente di cui non sai niente e che non rivedrai mai più in vita tua, bisticciare con la fidanzata per quelle domeniche di libera uscita con gli amici, lanciare improperi a un arbitro con un linguaggio che non ti saresti mai sognato di usare in pubblico. Se devi farlo per una maglia, per dei colori, per una squadra lo accetti, se tutto questo è per una "azienda" la prossima volta ci pensi un pochino e forse magari non fai niente. Se i moderni dirigenti di queste aziende vogliono gli stadi pieni, devono ricordarsi che gente che fa follie per la Roma, il Milan, l'Inter o la Juventus, per citare solo le squadre più blasonate, ne troveranno sempre, persone e persone che non dormono la notte per la Fiat, la Telecom, l'Enel o Trenitalia, e anche qui peschiamo a caso tra le sigle più conosciute, in giro ne troveranno davvero poca.