La pratica di pubblicare saggi di nessun interesse, a pagamento, per allungare il curriculum e presentarsi ai concorsi, purtroppo non è nuova. Il fenomeno di cui parla la ricerca di Bagues, Sylos Labini e Zinovyeva è una sua evoluzione recente, prodotta da cambiamenti che hanno anche risvolti eticamente apprezzabili.

In passato, soprattutto nelle discipline umanistiche, contava da quale maestro erano state autorizzate o promosse le pubblicazioni dei ricercatori più giovani. Ciascuna scuola aveva le sue sedi editoriali o quelle su cui esercitava influenza. Questo metro è stato progressivamente sostituito da uno meno soggettivo, per il quale conta il numero degli articoli prodotti e la reputazione delle riviste che li hanno pubblicati. In alcuni casi, tale reputazione è misurata da un coefficiente ( impact factor ) valido a livello internazionale, in altri dalla fascia (A, B, C) nella quale le riviste sono classificate dall’Agenzia italiana per la valutazione della ricerca. Il secondo cambiamento è stato indotto dalla rivoluzione digitale e dalla prospettiva di un accesso completamente libero, universale e gratuito, alla ricerca scientifica.

Prima tutte le riviste venivano pagate dalle biblioteche a caro prezzo, erano poche e gli editori avevano un interesse economico a curarne la qualità. Da qualche anno si sono moltiplicate riviste ad accesso libero, solo digitali, i cui costi vengono pagati con contribuiti degli autori.

Le une e le altre dovrebbero far valutare gli articoli ad almeno tre arcigni esperti del settore, in forma anonima, prima di accettarli. Alcune riviste di nuova generazione pubblicano invece senza nessun filtro, purché l’autore paghi il contributo. Le pubblicazioni che ricadono potenzialmente in questa categoria rappresentano lo 0,5% di quelle incluse nei curriculum vitae dei ricercatori italiani. Non tutte sono frutto di un baratto e non tutti i soldi di cui si parla sono stati usati per taroccare i cv di accademici furbetti. Ma il fenomeno potrebbe essere in crescita e va combattuto. Per esempio, adottando liste più selettive delle riviste qualificate ed eliminando le valutazioni della produttività scientifica basate solo sul numero delle pubblicazioni. Esiste il problema, esistono i rimedi.