C’era una volta il mattone, oggetto del desiderio di tutti gli italiani. L’investimento sicuro per eccellenza. Quasi una religione, praticata in massa dal gran popolo dei risparmiatori: quasi 8 famiglie su dieci vivono in case di proprietà, con un patrimonio immobiliare che vale 4 volte il Pil, oltre 6.700 miliardi di euro. Poi, però, l’incantesimo si è rotto. Dopo la crisi dei mutui subprime, nel 2008, la fede nel mattone è crollata insieme ai prezzi. Una stangata dopo l’altra. Non c’è stato governo, negli ultimi 15 anni, che non abbia messo gli occhi sulle case degli italiani per fare cassa e dare una sistematina al bilancio pubblico. Tradotta in soldoni, una patrimoniale negata a parole ma praticata nei fatti, mascherata sotto decine di sigle (Imu, Ici, Tasi, Tari) che hanno dato il colpo di grazia a un mercato già in coma. 

Così, nonostante i mutui non siano mai stati così convenienti, gli italiani non vendono (perché i prezzi sono troppo bassi) ma neanche comprano. Fra imposte e spese di manutenzione, investire in immobili è diventato un pessimo affare. Fa eccezione solo Milano, la più europea delle nostre città. Per il resto i valori sono tutti in rosso. E l’aumento delle compravendite giudiziarie degli ultimi anni non fa che confermare la regola: gli acquisti si concentrano sulle abitazioni già esistenti. La ragione? Semplice: i registri catastali non sono mai aggiornati e quindi si pagano meno imposte rispetto alle nuove abitazioni. Per risalire la china e allinearci con quello che sta succedendo in Europa, dove addirittura si teme l’arrivo di una nuova bolla immobiliare, bisognerebbe fare scelte coraggiose. Cominciando a cancellare qualche tassa e rendere più snella la burocrazia. Senza questo difficilmente il mattone risalirà la china.