Diceva un vecchio adagio contadino che ci sono in giro più trappole che topi. E, forse, mai come oggi, la crisi politica dai mille aggettivi appare come un terreno accidentato e impervio sul quale ognuno dei protagonisti sta lasciando una quantità spropositata di tagliole, lacci, esche e reti. Per far cadere in buca e ingabbiare gli avversari ma anche gli "amici".

Gli interessi del Paese, le emergenze economiche e sociali, le urgenze dell’autunno (l’Iva da sterilizzare, le mille ristrutturazioni d’impresa da affrontare) appaiono giorno dopo giorno come bandiere da sventolare a uso e consumo degli scopi strumentali del momento o addirittura dell’ora. A oggi sappiamo solo ciò che gli attori della scena politica non vogliono con annessi sospetti, mosse e contromosse. Lo stato maggiore grillino dal buen retiro del fondatore, a quanto pare, ha certificato la insanabile rottura con Matteo Salvini. C’è da attendersi, dunque, che domani il premier Giuseppe Conte si dimetterà. E che la sgangherata e maldestra marcia indietro del leader del Carroccio non possa sortire alcun effetto.

Il capo del Movimento, Luigi Di Maio, fa sapere, però, di non voler avere niente a che fare neanche con Matteo Renzi, nell’ipotesi di una possibile nuova maggioranza Pd-5Stelle. Meno che mai, c’è da giurarci, con Silvio Berlusconi e Forza Italia. Dunque, la «formula Ursula», lanciata da Romano Prodi, per quanto con un suo perché e anche con un suo fascino, a oggi appare senza prospettive, perché senza interlocutori-contraenti.

Rimarrebbe in campo una soluzione che passi da un’intesa diretta tra Di Maio e Nicola Zingaretti, con Renzi in un ruolo di spettatore interessato ma senza voce in capitolo. Peccato, però, che, come maliziosamente ma apertamente, ha avvisato Carlo Calenda, l’ex premier del Pd avrebbe in mano la golden share del nuovo governo, potendolo far cadere secondo i suoi disegni.

Insomma, più trappole che topi. O, per dirla meglio, un caos neanche tanto calmo che toccherà al presidente Sergio Mattarella regolare. Ma che, almeno a oggi, lascia intravedere solo un esito lineare: le elezioni.