Il capo dello Stato dà un vero ultimatum alle forze politiche: non si va oltre mercoledì prossimo. O dentro o fuori. O c’è l’accordo con l’indicazione del premier o c’è il decreto di scioglimento del Parlamento. Nessuno pensi – questo il messaggio implicito di un Presidente istituzionalissimo ma ugualmente irritato – di rimettere in scena lo spettacolo dello scorso anno, con salite e discese quotidiane dal Colle per tre mesi. 

Dunque, o dentro o fuori. Ma chi potrebbe stare eventualmente dentro? Tutto, a cominciare dai diretti interessati, lascia pensare che la partita reale e concreta sia quella in corso tra grillini e Pd. Messe in conto le convulsioni e le agitazioni interne ai due partiti, con l’intreccio di nodi politici e di destini personali in gioco, al momento appare verosimile immaginare che lo stesso avviso ai naviganti di Sergio Mattarella possa servire da frusta per spingere i vertici del Nazareno e del Movimento a chiudere in fretta un accordo. Senza stare troppo a spaccare il capello in quattro sui capitoli specifici. I 5 punti programmatici di Nicola Zingaretti e i 10 di Luigi Di Maio possono risultare ampiamente accettabili da entrambi. Forse meno dalle imprese e dalle famiglie italiane, ma questo è per il momento «un dettaglio».

Dunque, dovesse mai saltare la trattativa finale tra 5 Stelle e Pd (il che appare improbabile), possiamo stare certi che non sarà per la mancata intesa sul taglio dei parlamentari.

Ma allora perché consentire che anche la Lega possa tornare al Quirinale all’inizio della settimana prossima? Perché Matteo Salvini sta sicuramente tentando qualche, più o meno disperato, abboccamento finale con Di Maio. E perché, comunque sia, il capo dello Stato, come è accaduto durante tutta la sua presidenza con chiunque avesse ruolo, ha voluto e potuto concedere al leader leghista l’onore delle armi. Ci sarà un "dopo", del resto, anche dopo la possibile nascita del governo giallo-rosso.