Riprende la scuola e la discussione è polarizzata su questioni pur cruciali: il distanziamento, i banchi singoli, le scelte da fare in caso di contagio, le circolari ministeriali e le scelte dei presidi. Ma è tutto qui? Veramente l’anno scolastico si deciderà solo sulla base di questi aspetti, o c’è altro che ci sfugge?

Un’email di una mia amica giovane insegnante mi ha aperto nuovi orizzonti, anche perché non ha uno scontato lieto fine:

"Da qualche anno lavoro in una scuola media statale della periferia di Milano e lo scorso anno sono finita in quella che allora era definita la terribile 3°. Nel corso dell’anno mi lego in modo particolare a questi ragazzi, soprattutto a due, bocciati, che nessun prof voleva in classe".

Il primo, R., è un egiziano musulmano, con un fratello in carcere; il secondo, G., italiano, vive con il papà tossicodipendente e due fratelli. La mamma li ha abbandonati quando erano bambini. Entrambi pieni di domande e allo stesso tempo incontenibili per la rabbia e l’ingiustizia che vivevano sulla loro pelle.

"Una sera a cena, dialogando con mio marito, mi accorgo che con questi due ragazzi era nato un rapporto più profondo tanto che desideravano continuare a vederci. Propongo a mio marito e ai nostri amici di invitarli a pranzo a casa e organizzare poi una partita di calcetto. Da quel giorno, R. e G. iniziano a frequentare casa nostra abitualmente. Giocano con nostra figlia, ci aiutano in casa, li portiamo con noi come si fa con i propri figli... Arriva novembre e G. ci dice che il papà è stato arrestato. Nel giro di poche ore ci siamo resi conto che la sorella appena maggiorenne non avrebbe potuto tirare avanti da sola. Senza pensarci troppo ci siamo detti ’prendiamola in carico noi!’. Si è così creata una ’rete’ informale di rapporti che potessero aiutare questi tre fratelli. Così è iniziato un dialogo quotidiano con il prete dell’oratorio, con l’allenatore di calcio, con i nostri amici. Oggi ci ritroviamo così: R. sempre più grande, sveglio, pieno di domande e desideri e attaccato all’esperienza che vive in queste amicizie; G. invece ha scelto la strada degli amici avviati alla delinquenza e ha detto tanti no, anche se spesso ricompare, per vedere se ci siamo ancora perché sa che gli vogliamo bene. Queste sue scelte per me sono una riscoperta della drammaticità che ha dentro la libertà e mi generano un dolore profondo. Così non riesco a non domandarmi: dove mi porta questa ferita?".

Forse quel che fa la differenza è che un insegnante non dimentichi questa domanda quando, tra mascherine e tamponi, quotidianamente va a scuola.