E' urgente riaprire. Intanto perché la gente comincia a dare segni di nervosismo, poi perché comunque la vita deve riprendere. E non va dimenticato che un pezzo di Paese è comunque già aperto. Qualcuno fa il pane, qualcuno rifornisce i supermercati, qualcuno cura i malati, qualcuno allestisce ospedali da campo. In genere, si ritiene che metà aprile, fra 15 giorni, sia un data corretta per allentare un po’ il lockdown, il confinamento in casa. È bene, però, spiegare subito che non potrà essere un ’liberi tutti’, a frotte per le strade e nei parchi. Niente resse lungo le rive del Naviglio o del Tevere. Saranno aperture scaglionate, un pezzo alla volta, a partire dai settori produttivi e dalle persone più essenziali. E sempre guidate dagli scienziati che fin qui ci hanno assistiti e che si sono dimostrati competenti. 

Pronti a tornare in lockdown se qualcosa dovesse andare storto. Il ritorno alla vita si porterà dietro problemi consistenti. C’è chi dice, ma sono stime fatte un po’ a naso, che questa tempesta perfetta stia costando all’Italia un centinaio di miliardi, che andranno a aggiungersi al nostro già imponente debito pubblico, fra spese sostenute e lavori non fatti. Lo Stato, quindi, dovrà sostenere un certo sforzo: non può farlo nessun altro. Tutti gli organismi internazionali hanno già dato il via libera: indebitatevi, fate tutto quello che dovete fare. A pagare penserete dopo. Arriverà qualche aiuto, ma non tanta roba: stanno tutti nei guai, all’incirca come noi. 

Insomma, se ne uscirà. Ma non in tre giorni e nemmeno in una settimana. Sarà una lunga marcia in mezzo al Coronavirus, da affrontare con tanto buonsenso e moltissime precauzioni. Fin qui ci siamo comportati bene, accettando il confinamento in casa senza proteste. Servirà ancora qualche mese di civile pazienza.