Si chiama «parlamento», e un motivo ci sarà. E’ lì che si parla e si esercita il faticoso esercizio della democrazia. Una agorà moderna teatro di scontri memorabili, agguati furbeschi, sommo teatro di quella grande rappresentazione scenica che è la politica. A volte le discussioni appaiono una perdita di tempo, quasi mai sono inutili. Eppure ai tempi del Coronavirus, come va di moda dire adesso, il Parlamento si è autoridotto alla stregua di bar o di un parrucchiere, chiuso in attesa di tempi migliori. Le ferramenta, per dire, sono aperte. I portoni del Palazzo non sono formalmente serrati, ma le aule sono vuote, e l’attività inesistente.

Senato e Camera non sono però due palazzi qualunque, né in tempo di pace e tantomeno in tempo di guerra, come quello attuale. Per un motivo simbolico e uno concreto. Il primo ha a che fare con la testimonianza che la classe politica deve a un Paese stremato e incerto, in cerca di punti di riferimento. Se l’Italia uscirà infatti da questa crisi, e ci uscirà presto, è perché nell’ora più buia c’è stato chi ha avuto la forza di restare al proprio posto. Gli esempi sono molti. Dai medici alle commesse, alle infermiere, ai poliziotti, ai preti, ai giornalisti, agli impiegati delle poste, agli edicolanti e a chi stampa il giornale che state sfogliando.

Leggeranno che le Camere non si riuniscono perché deputati e senatori hanno paura di ammalarsi, e non ci rimarranno bene. E poi c’è il fronte meno simbolico. Il Parlamento discute e approva i provvedimenti del governo, compito fondamentale la cui tempistica in un momento di emergenza può anche assumere carattere eccezionale, ma che non è abolito.

Il Coronavirus non sospende la democrazia, come non sospende il diritto a non essere spiati da nessun Grande Fratello se esci di casa per fare la spesa durante il divieto, oppure la possibilità di discutere sui social dei provvedimenti del governo. Altrimenti tra due mesi ci saremmo conservati la salute ma avremmo instillato dentro di noi il tarlo che forse-forse qualche dibattito parlamentare in meno..., che quello che ci viene raccontato dal manovratore non vada mai messo in dubbio o passerà per normale l’idea di uno Stato che ti controlla a distanza invece che assicurare la tua libertà. La democrazia e la salute non sono un’alternativa.