Il vescovo di Roma ha parlato Urbi et Orbi. Nel cancello della basilica vaticana sono stati collocati sia il crocifisso di San Marcello, il “crocifisso del papa”, sia l’icona bizantina raffigurante la Vergine Salus Romani populi, una della più antiche e sacre immagini protettive dell’Urbe. In tempi solenni e terribili – e questo nostro, del Coronavirus, è tale – l’inconscio collettivo dei popoli riaffiora misterioso e potente. Reliquia è "quel che resta", nel senso di "memoria", ricordo venerabile. La reliquia è un oggetto ch’è stato e che rimane in contatto col Sacro, che ne conserva la forza e sparge attorno la sua benedizione. Può essere una parte del corpo di un santo (o, più raramente, del Cristo o della Vergine) o un oggetto entrato in contatto con esso. Ne abbiamo moltissimi, rispuntati in questi giorni così difficili: la “Sacra Cintola” della Madonna a Prato, il “Santo Chiodo” della crocifissione a Colle Valdelsa assimilabile alla “Santa Spina” di Bergamo, le reliquie di San Francesco. Le reliquie venivano portate in processione nei momenti nei quali si aveva bisogno di protezione. Certo, durante le epidemie gli assembramenti attorno ai sacri oggetti accrescevano il rischio di contagio: accadde così a Milano durante la peste del 1630, quando la reliquia di san Carlo Borromeo fu esposta alla venerazione del popolo. Oggi le nostre cognizioni epidemiologiche c’impediscono di fare altrettanto: ma il culto rimane. Proprio la medicina moderna ci insegna quanto sia forte, sia nei processi che conducono alla malattia sia in quelli che portano alla guarigione, il potere della mente e del pensiero. Ai primi del secolo scorso un grande scienziato, Alexis Carrel – il premio Nobel padre della trapiantologia –, si trovò, giovane medico ateo, a compiere il suo dovere di medico: uscì da quell’esperienza convertito al cattolicesimo. Ci sono più misteri in cielo e in terra di quanti non conosca la nostra filosofia.