"Italia? sì, grazie, certo!” Verrebbe da gridare così, al contrario di quanto ieri il quotidiano La Repubblica sventolava come titolo di apertura non si capiva bene se con rammarico o con una malcelata ironia autolesonista. “Italia? sì grazie”. Perché al di là di provvedimenti pesanti (e un po’ confusi) presi in emergenza dopo aver sottovalutato gli allarmi, e nel caos che questo sta generando in molte situazioni, ora occorre una cosa: la speranza e non darci degli appestati da soli. Non essere così masochisti da confondere il lamento con la lotta, così miopi da deprimersi da soli. 
E operare  perché l’onda negativa che sta investendo zone e settori nevralgici del Paese passi in fretta e senza fare troppi danni agli strati più deboli della società. Occorre una merce rara in questi tempi dove sovrabbonda invece il facile scontento, il facilissimo lamento. Una cosa rara chiamata speranza. Molti pensano che questa virtù sia una cosa aerea, impalpabile, un po’ da fessi, da anime belle che vivono sulle nuvole. E invece è qui, ora, che conta la speranza. Conta in come decidi di passare le giornate, in come dosi cautela e voglia di non fermarsi, in come affronti una situazione nuova: pensando solo a pararti il didietro e dicendo cose ovvie a costo zero o comunicando e costruendo per domani? Ci sono persone che stanno puntando sulla speranza. La speranza è una virtù forte come l’acciaio ed è, come diceva il poeta Péguy, una bambina che trascina tutte le altre virtù. Di lamentoni, di chiacchieroni, di improbabili esperti di sanità mondiale da bar, ce ne sono a bizzeffe. Ma sappiamo che ci sono un sacco di persone che coltivano la speranza, quella cosa che fa rimboccare le maniche, che contende palmo a palmo il terreno al fatalismo sciocco. La speranza è una virtù, e come tale non si improvvisa. È frutto di una educazione e di una coltivazione. È diversa dall’ottimismo, che coincide spesso con l’evitare di guardare i problemi, cosa di cui stiamo pagando le conseguenze. La speranza è realista, non nasconde la realtà, non la evita in nome di tornaconto o ideologie. La speranza la conoscono le madri e i padri che lottano per i propri figli, e forse non è un caso che in un Paese che non fa figli abbia molto corso la moneta inutile del lamento e dell’ottimismo babbeo. La speranza la conoscono quelli che hanno creato imprese, opere economiche e artistiche per le quali sono occorsi fatica e investimento. La speranza è stata in tante occasioni virtù tipica del Paese. Ora occorre lei, questa bambina meravigliosa. Che mormori piano a tutti “Italia? sì, grazie”