Mentre siamo ancora alle prese con il Covid-19 dovremmo cominciare a chiederci che cosa abbiamo imparato da questa esperienza. Non solo dal punto di vista medico - che compete alla comunità scientifica - ma sul versante politico e amministrativo. Qual è la lezione appresa nella gestione di un’emergenza sanitaria? Potremo gestire allo stesso modo una nuova pandemia? Il Coronavirus ci ha investiti come uno tsunami e all’inizio l’unica risposta è stata alzare barricate per contenere le perdite, ritirandoci in fortezze più sicure. E quindi il lockdown, il distanziamento sociale, il restate-in-casa. Ma con l’esperienza possiamo dire che forse non è l’unica risposta possibile.

Ci hanno detto che il sacrificio ci avrebbe permesso di arginare i contagi, dandoci il tempo di attrezzare gli ospedali, sguarniti dopo anni di tagli. E quindi terapie intensive da ricostruire, respiratori da trovare, medici e infermieri arruolati come nella Grande Guerra (i neolaureati sono i nostri ragazzi del ‘99). Tre mesi dopo la dichiarazione di guerra, serve però la freddezza di ragionare sulle strategie.

La politica si è completamente affidata agli scienziati, ma il virus che ci ha colpito era una creatura sconosciuta e imprevedibile. Nel corso delle settimane le opinioni degli esperti si sono accavallate, sono cambiate, si sono contrapposte. La politica ha scelto di sposare la linea di alcuni: chi non era d’accordo sulla lettura dell’epidemia è stato respinto o dileggiato dall’opinione pubblica come un disertore. Oggi però uno scienziato come Guido Silvestri, che insegna e fa ricerca negli Stati Uniti, ci spiega che sono cambiate le informazioni scientifiche a nostra disposizione e quindi non possono che cambiare le opinioni. E ci dice che il lockdown forse non è stata la cura.

Non ci sono certezze talebane, insomma. Gli scienziati vanno ascoltati, ma la politica non può sposare a priori alcune opinioni, seppure autorevoli, quando l’emergenza non ha ricette. Deve piuttosto mantenere apertura e capacità di ascolto. Per settimane chi osava parlare di mutazioni del virus è stato tacciato di disfattismo. Ora è il presidente della Società italiana di virologia, Arnaldo Caruso, ad ammetterlo. Quando ci si muove in una terra incognita, la capacità di governare significa anche evitare dogmi o presunzioni.

Riflettiamo quindi se non occorra rivalutare tutte le strategie, la ricetta svedese, il modello tedesco di chiusura parziale. Interroghiamoci se davvero il lockdown nazionale fosse l’unica risposta. Ci servirà capirlo quando arriverà la prossima pandemia. Non sappiamo quale virus ci attaccherà, sappiamo solo che l’Italia non potrà reggere nuovi blocchi e indebitarsi di più.