Ne parlò già Johan Huizinga. Nel suo Autunno del Medioevo definì la peste nera un sovvertimento della storia europea. Era la metà del XIV secolo. Ora siamo nel Ventunesimo. E il Coronavirus è un’influenza, non una pestilenza. Ma ora come allora la pandemia può segnare un altro sovvertimento, nutrito di paure e irrazionalismi adattati ai crescenti sentimenti antiglobalisti e anti-immigratori. Con conseguenze economiche, sociali, geopolitiche. In altri termini può segnare l’autunno della globalizzazione. Non della globalizzazione come pratica commerciale internazionale, ma di questa globalizzazione. 

Di una globalizzazione fuori controllo, perché basata sulle concessioni fatte alla Cina nella World Trade Organization. In vent’anni la nostra way of life ne è rimasta strangolata. E i responsabili, da Bill Clinton ai leader dell’Europa socialista, non si sono mai battuti il petto. Harold James della Princeton University parla di "pandemia della deglobalizzazione". 
La Cina è un pericolo. In primo luogo per il lavoro e l’occupazione di casa nostra. E anche per la nostra stessa sopravvivenza fisica, come avvenuto altre volte nella storia delle pandemie. L’origine del nuovo virus è ancora misteriosa. Molti ceo europei e americani riscoprono il "cigno nero". Così lo chiama Teresa Fallon: la Cina rimane un totalitarismo comunista. Dunque cigno rosso. Ne segue il blocco crescente di investimenti e produzione. E ne seguirà – nota l’economista Simon Tilford – una "riduzione di dipendenza e rischi". Due dati. L’indice Pmi ufficiale di febbraio è sceso al 35,7 dal 50 di gennaio. E l’indice Markit-Caixin mostra un analogo crollo nel manifatturiero. Peggio della crisi finanziaria del 2008. Una tale "mancanza di fiducia» risveglia un’altra consapevolezza. Ne parla Giulio Tremonti. La crescita astronomica della Cina ha creato «grandi squilibri». Lo predicava già Trump lanciando la guerra dei dazi e chiedendo alla Wto il riesame delle modalità di adesione della Cina. Ovvio che per un «riequilibrio» si debbano anche superare le resistenze delle multinazionali e delle élite finanziarie. Nel frattempo gli analisti si scuotono dai bagliori di Shanghai e riscoprono il buio dell’immenso hinterland. 200 milioni di ’ricchi’ sulla costa. 1,2 miliardi di poveri nell’interno. Reddito pro capite sui sette mila dollari l’anno. Se il mercato globale si restringesse, a chi vendere il made in China in eccesso?

(cesaredecarlo@cs.com)