Con lo stesso impegno con cui cerchiamo il vaccino contro il Coronavirus, dovremmo essere determinati a cercare la terapia per salvare la generazione ‘fine crisi mai’. Quella dei trentenni feriti da oltre dieci anni di contrazione economica e da vent’anni di politiche poco coraggiose, oggi in ostaggio di un paese dove il debito pubblico è schizzato al 160 % del Pil. Se non cambiamo rotta, l’Italia rischia una crisi sociale, economica e politica: la crisi delle generazioni tradite che prima o poi dovranno pagare il debito accumulato dallo Stato. La situazione è drammatica, certo, ma potremmo cogliere questa crisi come la svolta per cambiare sul serio il Paese con un patto intergenerazionale.
Nel 2019 il 15,5% della spesa pubblica è andata alle politiche previdenziali, mentre la spesa per le politiche sociali e della famiglia era il 6,5%, e quella per l’università l’1,3%. Bisogna cambiare rotta già dalla prossima manovra finanziaria, allocando le risorse verso un sistema di formazione e previdenza diverso, che non sia focalizzato sulla parte finale della vita, ma che accompagni tutta la vita dei cittadini, sostenendo le persone nelle carriere discontinue e nelle difficoltà, stimolando la creazione di posti di lavoro e di sfide imprenditoriali. La tecnologia evolve a una velocità pazzesca. Tutto ciò è affascinante, ma in un mondo globalizzato non basta assistere come spettatori alle mirabolanti evoluzioni dell’umanità. L’obiettivo non può essere sfangarla fino alla pensione, ma maneggiare gli strumenti e le competenze per gestire le innovazioni e trasformarle in un volano di crescita. Dal concetto di istruzione obbligatoria con limite minimo di età, si deve passare al diritto di formazione per tutta la vita. È il nuovo diritto per cui battersi.