Chi prende in mano una banconota da 28 euro comprende subito che è falsa, chi legge sui social che la terra è piatta, i virus sono sparsi ad arte da o per far passare il morbo basta prendere la tachipirina finisce per innamorarsi dell’ultima verità raccattata in Rete, pronunciata non sa da chissà chi e non si sa per chissà che cosa. Ecco servito il danno collaterale del Coronavirus che ha infettato il web e le coscienze, quasi non ci bastassero le infezioni ai polmoni, e che sta facendo risaltare ancora di più l’emergenza democratica da affrontare: quella informativa. Negli ultimi giorni la curiosità da Coronavirus ha moltiplicato le ricerche su internet e, con questo, la possibilità per tanti di diffondere bufale. E per uno che diffonde bufale, ci sono migliaia di persone che se la bevono. Ignari e incolpevoli fino a un certo punto, perché in certi settori l’ignoranza non è più ammessa.

Chi sparge fake news in Rete spacciandole per notizie a volte è semplicemente un cialtrone, qualche altra è un buontempone che si diverte a vedere l’effetto che fa, il più delle volte ha uno scopo ben preciso: screditare un avversario, vendere un prodotto senza farsene accorgere, creare una narrazione da cavalcare politicamente. Tutto fuorché informare. Ecco perché, specie in questi momenti, quando c’è di mezzo la salute, in molti stanno riscoprendo l’informazione professionale, verificata e qualificata. In cui chi la scrive e la edita mette la faccia. Le fake news non hanno mai un padre, le notizie si. C’è un giornalista che le firma e un direttore e un editore che se ne assumono la responsabilità. Una garanzia che è il primo tassello di una rinascita civile a cui siamo tutti chiamati.